“Spiazzati.” È la parola scelta da alcune prime pagine per descrivere l’effetto della nuova variante K sul vaccino antinfluenzale, che la stessa OMS ora deduce “funzionicchiare”. Un termine curioso, quasi sportivo, che sembra più adatto alla telecronaca di una partita che a un bollettino sanitario. Ma forse è proprio qui che si misura la distanza tra la narrativa della sicurezza assoluta e la realtà biologica della gestione virale: la vita evolve, i virus mutano e, a quanto pare, anche le certezze scientifiche possono “spiazzare”.
Eppure, non è la variante in sé a sorprendere, quanto il tono con cui l’OMS ammette ciò che la biologia ha sempre saputo: nessuna immunità è eterna, e un vaccino costruito su una singola istantanea genetica non può resistere indefinitamente a un film in continuo movimento. L’averlo scoperto tante volte nel corso della pandemia non impedisce però alle istituzioni di rispolverare il copione dei “richiami tempestivi”, quasi un mantra salvifico privo di scadenza precisa. Ogni quanto vaccinarci? A che titolo? Con quale reale beneficio rispetto ai rischi e ai costi sociali? Le domande si accumulano, le risposte evaporano.
Nel frattempo, un’altra parola — “immunità naturale” — continua a restare scomoda. Vituperata, bollata come un concetto “complesso”, quasi sospetto, dimenticando che è il presupposto stesso dell’esistenza biologica. Ci si scandalizza se se ne parla, come se riconoscere che il corpo sviluppa difese proprie fosse un atto di eresia sanitaria. Eppure, ogni campagna vaccinale efficace nella storia — dal vaiolo alla poliomielite — si è fondata proprio su quel principio: insegnare all’organismo a fare da solo.
L’impressione è che l’OMS, nel perdere controllo sulla narrativa, chieda ora indulgenza linguistica. Già perché dire che la variante “spiazza i vaccini” significa anche ammettere implicitamente che la strategia di inseguimento perpetuo — nuovo richiamo, nuova dose, nuova promessa — non funziona come annunciato. Ma invece di ridefinire la politica sanitaria in modo equilibrato, si preferisce cambiare le parole, modulare i toni, spostare il peso semantico. Finché la prossima variante non “spiazzerà” ancora qualcos’altro.
Forse l’unico antidoto efficace, oggi, non è un siero né un richiamo: è la trasparenza. Quella vera, che implica riconoscere i limiti della farmacologia e restituire dignità a ciò che la natura, e non la retorica, ha già previsto.
“E’ bella questa dicotomia: da una parte spiazza il vaccino e poi il messaggio di vaccinarsi. Direi che fa parte di quella dissonanza cognitiva che oramai abbiamo imparato a conoscere molto bene e sarà divertente vedere anche le persone cadere in questa dissonanza cognitiva ancora una volta”, commenta l’endocrinologo Giovanni Frajese, “C’è proprio una parte della popolazione e anche della classe medica che è incapace di vedere che 2 più 2 fa 4, ma seguendo Orwell continuano a dire che fa 5. Una frattura direi che diventerà insanabile fino a quando non ci sarà un tanto auspicato incontro tra chi vede da una parte questi prodotti come sicuri ed efficaci e chi ha studiato la letteratura di questi anni e ha le mani tra i capelli, sinceramente. Detto questo, è sempre una questione di politica e di informazione, visto che con l’anno nuovo sappiamo che nella Commissione Covid andranno a toccare anche la questione vaccinale, non posso che attendere che sia il momento di poter rendere pubblico tanto di quello che noi conosciamo ormai da tanto tempo ma che alla maggior parte delle persone ancora non è arrivato”.
Nel video il commento ai microfoni di Fabio Duranti.











