La perla di Troisi che spiega senza eguali il classismo moderno

Ci sono post che si consumano nello spazio di uno scroll e altri che diventano un caso nazionale. Quello firmato quest’estate da Christian Raimo sui borghi dell’Italia interna appartiene di diritto alla seconda specie. Lo scrittore dipingeva paesi semideserti e bellissimi, guastati soltanto da bar gremiti di “maschi vecchi italiani bianchi” che alzano il gomito già alle otto del mattino e ronzano attorno all’unica donna in sala, la barista. Spenti i riflettori dell’overtourism, sosteneva, di quella che chiamiamo Italia sopravvivono solo alcolismo, maschilismo e razzismo. Sullo sfondo, Turoldo e Pasolini a piangere un Friuli divorato dal capitalismo. Poi una sentenza senza appello: della civiltà contadina sarebbe rimasta appena “la brutalità dell’odio per il diverso”. Tra le repliche più taglienti si è distinta quella del poeta Franco Arminio, padre della paesologia.

Basta spostare la macchina da presa di qualche metro e la scena cambia completamente. Il controcampo arriva in una giornata d’autunno, in sella a una moto, tra il lago di Campotosto e il Passo delle Capannelle, fino a Montereale, nell’Aquilano. “Passavano le moto e si alzavano le volute di foglie secche, un paesaggio incredibile. Ci siamo fermati a mangiare e c’era questa comunità di signori seduti a bere, cordialissimi, gentilissimi. Abbiamo attaccato bottone subito: alcuni erano ex motociclisti, altri lo sono ancora”. Da quei tavolini di paese Giorgio Bianchi ricava un sospetto preciso: “A me sembra che l’unico a odiare il diverso sia Raimo, perché guarda questa gente come qualcosa di antropologicamente altro da sé”. All’estremo opposto c’è lo sguardo di Massimo Troisi, e prima ancora quello di Monicelli e dello stesso Pasolini.

Secondo il regista Federico Greco, quella sceneggiatura non è nemmeno originale. “Raimo non è il primo. Le stesse cose le diceva Nanni Moretti a proposito della commedia all’italiana di Monicelli, per costruirsi il personaggio: la chiamava esattamente razzista e maschilista”.


Massimo Troisi and Philippe Noiret ne “Il Postino”, 1994

Duello in bianco e nero

Quel faccia a faccia televisivo tra i due è ormai materiale da cineteca, e mostra a colpo d’occhio la differenza di statura. Bianchi ci vede una spocchia morettiana “già in embrione”, ma soprattutto una generosità che oggi non va più in onda. “Monicelli a uno come Moretti avrebbe potuto dire: senti ciccio, torna a giocare coi soldatini, io ho fatto la storia del cinema. E invece resta lì, ascolta il suo delirio e ci discute. Tu ce lo vedi Sorrentino, oggi?”. La risposta di Greco è un no secco, seguito da un rimpianto con una punta di veleno. “Magari ci fosse ancora quella televisione, dove le opinioni opposte si confrontavano con un minimo di intelligenza. Che poi ci vuole poco: oggi anche una gallina batterebbe qualunque ospite dei vari Floris e Mentana”.

Due classi, un solo copione

Il vero film, però, si gira lontano dagli studi televisivi. E per Greco il cinema di genere sa leggerlo meglio di molti saggi: “È molto probabile che sia il più adatto alle riflessioni politiche rivoluzionarie, vedi Carpenter, vedi Romero”.
Il punto è un altro, ed è politico prima che estetico. “La cosa che dovremmo capire più di tutte, e che non vogliono capire, o forse proprio non ci arrivano, è che dobbiamo riconoscerci tutti nella classe che Gramsci chiamava dei subalterni e che Neruda chiamava degli oppressi, dei maltrattati. Un termine che amo molto. Entrambi parlano di operai, di contadini, degli sfruttati dal colonialismo. Noi, io, te, chi ci ascolta, siamo sfruttati allo stesso identico modo. Un po’ più privilegiati, certo, ma nella stessa categoria dei marginali, degli operai che non arrivano a fine mese, di chi il lavoro non lo trova. Il capolavoro del capitale è stato convincerci che esistano più classi. La società è divisa in due: chi domina e chi è dominato, punto. E a livello internazionale a dominarci è l’anglosfera, Wall Street e la City di Londra: tutti gli altri sono sulla stessa barca”.

Una barca su cui Greco sale senza esitare. “Pur ritenendomi un privilegiato, sento di appartenere alla stessa identica classe dell’agricoltore crotonese che in questi giorni manifesta in piazza, e di cui ovviamente non parla nessuno. Noi siamo quelli che non hanno la parola”.

La lettera che cambia la vita

Spesso il cinema racconta la realtà molto meglio della realtà stessa.
È su questa assenza per esempio che si accendono le luci de Il Postino. Neruda, nei suoi versi, si incaricava di dare voce a chi non ne ha. “Tento disperatamente di parlare per conto della vostra parola che non c’è: questo dice. E il film di Troisi racconta esattamente questo. Un grande poeta in esilio su una piccola isola siciliana, negli anni Cinquanta, incontra il subalterno, il maltrattato: un pescatore semianalfabeta che ha appena cominciato a fare il postino. La prima cosa a cui pensa Mario Ruoppolo, e dovremmo scolpircelo nella testa, è che gli serve Neruda per scrivere una lettera d’amore alla donna che ama. Ma quando Neruda gli insegna a scriverla e gli spiega cosa sono le metafore, il postino comincia a prenderci gusto. Capisce che comprendere la parola, ed essere in grado di esprimersi, è un superpotere incredibile: ti permette prima di decifrare il mondo in cui vivi e poi di raccontarlo”.

Da qui discende un dovere, non un privilegio. “Non perché siamo migliori, ma perché siamo partiti da posizioni ultraprivilegiate rispetto al 99% della gente, dovremmo rispondere alle domande più elementari. Devo scrivere una lettera d’amore alla donna che amo? Devo scrivere al mio padrone perché ha fatto cose che non vanno? E da lì insegnare la bellezza della parola, perché la propria bocca smetta di essere morta. Una bocca morta è quella di chi non ha parola, di chi continuerà a essere sfruttato sempre di più”.

L’ultima religione di un senzadio

Bianchi allarga il campo al Vangelo, con il suo “in principio era il Verbo”, e a Baricco, per cui la realtà è fatta di fatti e storytelling. Greco accoglie la prima suggestione e scarta la seconda senza troppi complimenti. “Il dramma della nostra civiltà, probabilmente da ottant’anni a questa parte, è che i fatti sono spariti ed è rimasto solo lo storytelling. Un termine che disprezzo profondamente, perché è un concetto aziendale, e non a caso lo usa Baricco. Preferisco narrazione. Il verbo, il saper parlare, scrivere e leggere, crea il mondo e lo trasforma, non si limita a descriverlo. Dico sempre che da marxista sono un senzadio, ma non è vero: il mio dio ce l’ho, ed è proprio il verbo. Per un marxista il verbo è l’etimologia, il discorso su ciò che è vero, sulla radice. Quando qualcosa non mi torna mi rivolgo all’etimologia, e la risposta arriva sempre”.

I titoli di coda tornano sul film e sul suo autore. “Troisi era un maltrattato, un subalterno, nato a San Giorgio a Cremano nel ‘53, guarda caso l’anno della morte di Stalin. E gira un film in cui incontra Neruda, che era uno stalinista convinto. È forse uno dei film più gramsciani che esistano. E Gramsci è un’altra parola che dovremmo tornare a leggere, a ripetere, a sapere a memoria”.