Nove ore, una sola linea: non arretrare di un centimetro. Lunedì 26 ottobre, a Palazzo San Macuto, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza si è seduto davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid con l’aria di chi non ha nulla da rinnegare, e ne è uscito quasi alle 21 senza aver cambiato idea su nulla. Ha rivendicato il primato della vita su ogni altra considerazione, ha definito la Commissione un organismo costruito per colpire gli avversari politici, ha incrociato le lame con la capogruppo di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri fino alla sospensione della seduta. Chi aspettava un mea culpa è rimasto a mani vuote.
Il punto non è difendere il proprio operato, che è umano, ma rifiutarsi di vedere anche ciò che è ormai acclarato.
“A me quello che sconcerta è che non ci sia, neanche sulle cose ormai oggettive, un minimo di revisionismo sulle scelte fatte, un minimo di senso nel dire: in quella circostanza ho sbagliato. Capisco che ognuno difenda il proprio operato, fa parte della natura umana. Ma è altrettanto evidente che in quel periodo storico, anche in buona fede, e la buona fede la concedo a tutti, sono stati compiuti degli errori. Negare anche quelli ormai evidenti a tutti è un torto ai tanti cittadini, ai tanti medici che hanno sofferto, agli italiani che sono morti, alle persone chiuse in casa che magari potevano uscire”.
A parlare in diretta a Un Giorno Speciale è il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, che quella seduta l’ha presieduta dal primo all’ultimo minuto, con appena tre minuti di pausa tecnica. E il bilancio è netto: “Un minimo di autocritica dovrebbe far parte della natura umana, e ieri nell’ex ministro Speranza non ne ho trovato neanche un barlume. Anche quando ho cercato di spingerlo in quella direzione, perché alcune cose sono ormai totalmente evidenti alla scienza, non c’è stato verso. È stato un muro di gomma, una difesa a spada tratta”.
Una frase che pesa ancora
Il nodo più spinoso resta la comunicazione sul vaccino e sul contagio. “Gli ho contestato quella conferenza stampa in cui Draghi disse cose molto pesanti su chi non si vaccinava, e lo stesso fece Speranza, sul presupposto che il vaccino impedisse il contagio. Che il vaccino Covid non lo impedisse era un dato di fatto, e non lo dicevano i medici no vax. Anche nel CTS, gliel’ho ricordato, raccomandavano: non dite in giro che il vaccino impedisce il contagio, perché uno si vaccina, pensa di non infettare e invece infetta”.
L’ex ministro si è appellato agli studi successivi, secondo cui qualche contagio sarebbe stato comunque evitato. Una difesa che non regge: “È stato un gravissimo errore di comunicazione di Draghi e di Speranza, che tu sia a favore o contro i vaccini, perché non si basava su dati scientifici. Le stesse case farmaceutiche dicevano che quei vaccini non impedivano il contagio. Continuare a sostenerlo oggi è assurdo. Si poteva dire che in quel momento sembrava il messaggio migliore, oppure ammettere di aver sbagliato. Ci sono tanti modi per spiegare le proprie azioni: quello più sbagliato è negare tutto, anche l’evidenza”.
L’etichetta che divide
Da quella promessa mancata discende la ferita più profonda, quella che ha spaccato famiglie e comunità. “Sono stato e sono tuttora uno dei più accaniti combattenti contro i termini no vax e pro vax. Catalogare come no vax chiunque esprimesse un semplice dubbio o una semplice preoccupazione è stato un crimine contro il libero pensiero, un fatto gravissimo da parte della politica, che ancora oggi stiamo pagando. In un momento in cui le libertà personali erano state private, in cui eri obbligato a vaccinarti e non potevi lavorare se non lo facevi, trattare come un criminale chi aveva qualche reticenza ha creato fratture sociali che pesano ancora”.
Ed è qui che l’accusa si ribalta. “Chi mette in discussione quella violenza dello Stato viene accusato di indebolire la scienza. È esattamente il contrario: aver comunicato cose sbagliate, poi smentite dai fatti, ha indebolito la scienza. Aver negato gli effetti avversi, dicendo in maniera così perentoria che il vaccino era assolutamente sicuro e non avrebbe mai fatto male a nessuno, ne ha minato la credibilità”.
Lo scudo delle vite salvate
Resta il mantra ripetuto per tutta la giornata, lo scudo dietro cui ripararsi da ogni domanda: salvare vite. Ma quali, e a che prezzo? “Sono affermazioni apodittiche. Chi dice che hanno salvato vite, quando hanno comunicato che il vaccino impediva il contagio? È chiaro che il vaccino ha evitato ospedalizzazioni, ma quell’affermazione può anche aver avuto un costo in vite. L’ho detto in commissione: se io, convinto di non contagiare nessuno perché vaccinato, vado da mio nonno, lo abbraccio, gli do un bacio, tanto Draghi e Speranza mi hanno detto che non contagio, e lui prende il Covid e muore, ho salvato una vita?”.











