L’audizione di Roberto Speranza in Commissione Covid ▷ Scintille con Buonguerrieri: “Non si vergogna?”

A Palazzo San Macuto la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, presieduta da Marco Lisei (FdI), ha vissuto oggi una delle sue giornate più attese. Dopo l’audizione di Giuseppe Conte, toccava a chi la pandemia l’ha gestita dal ministero, nei mesi in cui l’Italia è stata il primo Paese occidentale a chiudersi in casa. Sullo sfondo resta la polemica che accompagna la Commissione fin dalla nascita: un perimetro d’indagine che lascia fuori le Regioni e che le opposizioni hanno sempre bollato come un tribunale politico costruito su misura.

In aggiornamento la seduta integrale

Nessun passo indietro. Roberto Speranza si è presentato davanti ai commissari con la linea di chi non ha nulla da rinnegare: “Facile parlare col senno di poi, ma la pandemia è stata un evento senza precedenti. Io ho difeso in coscienza e a testa alta il mio indirizzo politico, la vita delle persone e il diritto alla salute”.
Due i pilastri rivendicati, il diritto alla vita e la “fiducia nella scienza”: “E voglio chiudere”, “Con Papa Francesco…”
A interromperlo Lisei per un fatto bizzarro nel corso dell’audizione: quello che doveva essere un discorso a braccio, come detto dallo stesso Speranza all’inizio dell’audizione, sarebbe stato battuto dalle agenzie prima che lo stesso potesse pronunciarlo: se ne accorge il presidente che lo anticipa nelle chiusure dell’introduzione. “La mia posizione è nota a tutti”, si giustifica Speranza, “incroceremo le fonti”, replica Lisei.

L’accusa alla Commissione

Il principio della responsabilizzazione, per l’ex ministro, vale “dal sindaco del più piccolo comune fino al capo dell’OMS”. Ma è proprio la Commissione a non convincerlo: la sensazione è che sia stata “costruita sostanzialmente per colpire avversari politici”, utile più a raccogliere consenso tra “sparuti gruppi” che a fare luce. Da qui la sfida lanciata ai commissari: “Spero che oggi mi farete ricredere”. Poi affonda sulle Regioni, la cui esclusione “lascia esterrefatti”: “Ho lavorato giorno e notte con tutti i presidenti di Regione. Vi invito a chiamarli qui uno per uno e chiedergli che cosa sono stati quei giorni”.

E, a proposito di responsabilità, “E’ importantissimo poter contare sempre sulla migliore evidenza scientifica del momento.
Come si sceglievano gli esperti? All’ISS hanno lavorato Rita Levi Montalcini ed Enrico Fermi. La scienza in quel momento era in una ricerca spasmodica”.

L’ex ministro della Salute Roberto Speranza, in carica dal 2019 al 2022

Settantatré pagine, quattro parole

Il terreno dello scontro era però un altro: il protocollo passato alla storia come “Tachipirina e vigile attesa”. Per Speranza solo un approccio propagandistico, che solleva descrivendo circolari per complessive 73 pagine, firmate dai dirigenti ministeriali Gianni Rezza e Andrea Urbani, aggiornate di continuo e approvate da Cts, Css e Aifa: “Quello slogan non fu altro che una propaganda becera contro le nostre istituzioni”.
“Gioca sulle parole”, ribatte Buonguerrieri.

Il duello con Buonguerrieri

È qui che l’aula si è infiammata. Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione, ha incalzato l’ex ministro sui danneggiati da vaccino e sulle persone “che avete offeso e chiamato no-vax”, arrivando ad accusarlo di aver irriso un danneggiato costretto in sedia a rotelle: “Prova vergogna? Non intende voler chiedere scusa?”. La replica è arrivata secca, con i numeri in mano: “Ai danneggiati dai vaccini ho dato 150 milioni di euro”, accompagnata dall’accusa alla deputata di fare propaganda “per il prossimo video e post sui social”. Buonguerrieri non ha mollato la presa, tornando sul protocollo: “Cerca di negare l’esistenza di questo protocollo? Se ne è pentito?”.
E Speranza: “Non sono pentito. Non ho scritto queste circolari tecniche, fatte da scienziati che hanno seguito le evidenze scientifiche del momento, e io le difendo”.
A quel punto è intervenuto anche il presidente Lisei, che ha messo il dito sulla tempistica: la prima circolare risale a novembre 2020, otto mesi dopo l’inizio dell’emergenza. “Come è stato possibile?”.
L’ex ministro ha ricordato che le indicazioni si sono via via ampliate a antinfiammatori, FANS, anticorpi monoclonali e antivirali, citando cinque pareri di esperti, tra cui lo Spallanzani, in contrapposizione alla perizia contraria al protocollo depositata in Commissione, e ha chiuso con una distinzione di ruoli: “Io facevo il ministro, non scrivevo circolari”. L’ultima parola, nel botta e risposta, è stata della capogruppo meloniana: “Prendiamo atto che non ha voluto rispondere alla mia domanda, perché scomoda”.

Fuori dall’aula, la maggioranza ha chiuso i ranghi

Il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha parlato di “una narrazione autoassolutoria e autocelebrativa”, accusando l’ex ministro di aver trasformato la Commissione in un “teatro politico giustificazionista”, mentre la senatrice Antonella Zedda ha lamentato l’assenza di una sola parola per le vittime e i loro familiari. Speranza, dal canto suo, aveva già messo agli atti il peso personale di questi anni, segnati da minacce e da una “macchina del fango” contro di lui e la sua famiglia: “Quello che mi pesa di più è la distanza tra la durezza di un momento unico della storia del Paese e la pochezza di una polemica politica che non si ferma davanti a nulla”.