Il caro gasolio ha sfondato da settimane la soglia del sostenibile. Con il prezzo alla pompa oltre i 2,40 euro al litro, dal 16 ottobre gli autotrasportatori del Sud hanno trasformato mesi di richieste cadute nel vuoto in un fermo che, dalla Calabria alla Sicilia passando per Puglia, Basilicata e Campania, ha cominciato a svuotare gli scaffali della grande distribuzione. Il governo ha messo sul piatto 480 milioni, una somma che però non è del tutto nuova. La Sicilia ha scelto la distensione e revocato lo stop, mentre in Calabria Fedralog ha confermato la linea dura fino al 27 ottobre, giorno del prossimo incontro con il ministro.
Eppure, per settimane, quei camion fermi ai margini delle strade non sono esistiti per i telegiornali nazionali.
Lino Polimeni, giornalista, autore e conduttore di Articolo 21, segue la vertenza da quattro mesi e la sua diagnosi è senza anestesia: “Qui manca l’informazione. Stiamo parlando di censura totale. Sono quattro mesi che raccontiamo quello che sta accadendo alle famiglie, che in questo momento sono rimaste con un pugno di mosche in mano”.
Il bersaglio è preciso, e non risparmia la sua stessa categoria: “C’è una vergogna dell’Ordine dei giornalisti nazionale, che non chiama tutti all’appello. Qui c’è un sistema venduto: sei canali messi a disposizione del governo Meloni, che zittisce completamente tutti. È vergognoso che i tg, il Tg1 e non solo, Canale 5, per settimane non abbiano parlato di questa protesta. Molti giornalisti dicono che hanno famiglia, che hanno il mutuo da pagare. Anch’io rinuncio a tante cose per la mia libertà”.
Intanto, sul campo, la mappa del blocco parla da sola: “I 17 presidi in Calabria sono tutti presenti. Mi informano che a Villa San Giovanni, nell’area dello Stretto, non c’è un camion che attraversa verso la Sicilia. È il blocco totale”.
Ventimila euro prima di girare la chiave
Per capire perché un settore intero abbia deciso di spegnere i motori basta fare i conti in tasca a chi guida. “Ieri ero collegato da Isola Capo Rizzuto, davanti all’aeroporto, con gli autotrasportatori. Un signore mi ha detto: ho dieci camion, se domani mattina voglio partire devo anticipare 20.000 euro di carburante. Quei 20.000 euro le imprese, le multinazionali, le piattaforme che distribuiscono glieli pagano a 60-90 giorni. E cosa hanno ottenuto? Nulla: gli hanno dato il credito d’imposta che già c’era. Loro volevano che si abbassasse il costo del carburante”.
Una protesta dura, ma senza un vetro rotto, ed è forse anche per questo che le telecamere sono rimaste spente. “L’Italia l’hanno bloccata in maniera onesta, a braccetto con le forze dell’ordine, con i questori: una protesta straordinaria in tutta la Calabria, non hanno toccato una persona. E le forze dell’ordine sono con noi, perché andavamo a difendere anche lo stipendio da 1.600, 1.700 euro dei poliziotti, con un potere d’acquisto che non c’è più”.
La battaglia si combatte alla cassa
Il punto, per Polimeni, non è una vertenza di categoria. I tir sono la leva, il traguardo è un altro: “Ho fatto questa battaglia con gli autotrasportatori perché, se non si fermano loro, non si può fermare l’Italia. Abbiamo già ottenuto una prima fase, ma il guadagno non deve essere solo per loro: la battaglia è per le famiglie che non ce la fanno col carrello della spesa. Ieri una signora che fa la cassiera in un supermercato mi ha raccontato che i clienti mettono i prodotti sul nastro, arrivano a 40, 45 euro e il resto devono lasciarlo indietro: ‘Signora, questo non ce la facciamo a prenderlo’. Tutto questo nasce da un potere d’acquisto che è venuto a mancare, e la gente non l’ha capito. Il popolo non è sceso in piazza. Se ne accorgerà solo quando aprirà il frigorifero e lo troverà vuoto, senza più il pranzo e la cena. Adesso si stanno accorgendo della protesta perché è tutto bloccato”.
Due fronti dietro lo stesso volante
Ma il fronte dei camionisti è tutt’altro che compatto, e la frattura passa per le dimensioni delle flotte: “Ci sono due schieramenti. Quelli che la pensano come Lino Polimeni, che da quattro mesi stanno facendo battaglia, e quelli delle grandi flotte: 200, 300, 400 camion, che hanno interesse a farli muovere subito”. Una spaccatura esplosa dopo il tavolo di Milano con il ministro: “Per Fedralog è andato Argento, sindaco di Gizzeria, che appartiene alla Lega. Ha accettato qualunque cosa e, quando è tornato a comunicarlo, giù in Calabria è scoppiata la guerra. Hanno detto che lo sciopero era finito, invece non era finito nulla, perché quelle condizioni non sono state accettate”. Da qui la sfida lanciata direttamente a Salvini: “La Lega in Calabria ha preso il 10, il 12% dei voti. Nel 2027, ed è una promessa che gli ho fatto, le faremo prendere zero voti in Calabria”.
Dallo studio arriva l’obiezione di chi ricorda che ogni vertenza, prima o poi, si chiude con una trattativa e non con un prendere o lasciare. Polimeni non arretra di un millimetro e rivendica una coerenza pagata di tasca propria: “Nella mia vita ho rinunciato a prebende, ai soldi della politica, a un ultimo incarico da 200.000 euro. Ho detto no. La dignità non me la faccio calpestare da nessuno, vado in guerra con tutti. Libertà e dignità. Se poi agli italiani hanno fatto svendere anche la dignità, siamo alla frutta. Anzi, non c’è neanche più la frutta”.










