Il referendum islandese del 29 agosto ha chiuso, almeno fino al 2028, la porta alla riapertura dei negoziati di adesione all’Unione Europea. Il No ha prevalso con il 52,8% contro il 47,2% del Sì, con un’affluenza altissima, oltre l’82%. Il voto – solo consultivo, dato che l’Islanda resta comunque dentro lo Spazio economico europeo e Schengen – ha visto il Sì imporsi unicamente nei collegi della capitale Reykjavík, mentre le circoscrizioni costiere e rurali hanno ribaltato il risultato. Il nodo principale, come già nel tentativo di adesione interrotto nel 2013, è stato quello della pesca, settore che pesa in modo determinante sulle esportazioni islandesi: circa il 90% delle imprese del comparto si è schierata contro la riapertura dei negoziati. La commissaria europea all’Allargamento Marta Kos aveva provato a rassicurare Reykjavík paventando possibili “soluzioni creative” sul dossier, senza però riuscire a invertire la tendenza del voto.
Su questi temi interviene Giorgio Bianchi, che legge il risultato islandese come “un segnale netto di voler mantenere la sovranità sulla propria isola, sul proprio territorio”, sottolineando come il comitato del No abbia costruito la propria campagna soprattutto sulla difesa del controllo nazionale sulle acque di pesca.
Bianchi sposta poi l’attenzione sul prossimo appuntamento in agenda: il 27 settembre, quando gli svizzeri voteranno sull’iniziativa popolare per iscrivere in Costituzione il principio della neutralità “permanente e armata”, proposta nel 2022 dall’UDC. Il nodo più delicato riguarda il regime sanzionatorio internazionale: se il Sì dovesse prevalere, la Svizzera potrebbe rivedere la propria partecipazione alle sanzioni contro la Russia, pur restando – come ricordano i promotori – un Paese che intende mantenere una difesa autonoma. Secondo Bianchi, che richiama la propria esperienza diretta con un ex addetto militare italiano a Berna, la Svizzera resta “inespugnabile”, un Paese armato nonostante l’immagine di neutralità diplomatica che proietta all’esterno.










