Gli islandesi hanno respinto la proposta di riavviare il percorso di adesione all’Unione Europea, sospeso dal 2013. Al referendum consultivo del 29 agosto, promosso dalla coalizione di centrosinistra filoeuropea guidata dalla premier Kristrún Frostadóttir, il No ha prevalso con il 52,8% dei voti contro il 47,2% del Sì. L’affluenza è stata altissima, con 225.031 votanti pari all’82,5% degli aventi diritto, e il No ha vinto in quattro delle sei circoscrizioni, mentre il Sì si è imposto solo nei due collegi della capitale Reykjavík.
Il quesito non riguardava però l’ingresso immediato nell’UE ma esclusivamente l’autorizzazione al governo a tornare al tavolo negoziale con Bruxelles: un eventuale accordo di adesione sarebbe comunque dovuto tornare davanti agli elettori con un secondo voto. Il referendum, pur non vincolante, era stato accompagnato dall’impegno politico dell’esecutivo a rispettarne l’esito. La premier ha infatti dichiarato che “il governo non riprenderà le trattative di adesione durante questa legislatura”, che si concluderà nel 2028. Frostadóttir ha inoltre osservato che buona parte di chi ha votato No non si dichiara contraria all’Europa in sé ma ritiene già soddisfacente l’attuale livello di cooperazione.
Il risultato non modifica in modo sostanziale i legami tra Reykjavík e il continente. L’Islanda resta infatti parte dello Spazio economico europeo e dell’area Schengen a libera circolazione, oltre che membro dell’EFTA, mantenendo così accesso al mercato unico pur restando fuori dalle istituzioni decisionali dell’Unione. Il percorso di adesione era nato sull’onda della grave crisi finanziaria che aveva travolto il sistema bancario islandese (2009) per poi arenarsi nel 2013 con l’arrivo al potere di un governo euroscettico. Il nuovo esecutivo socialdemocratico, eletto nel 2024, aveva riportato il tema al centro dell’agenda politica, ma il verdetto delle urne chiude – almeno fino al 2028 – ogni ipotesi di riapertura del dossier.










