Il Movimento Italiano Genitori (MOIGE) ha portato avanti la prima class action in Europa contro le principali piattaforme social, chiedendo il rispetto del limite di età già previsto dalla normativa vigente e l’eliminazione dei cosiddetti algoritmi predatori. La prossima udienza è fissata per il 19 novembre 2026. Ne ha parlato ai nostri microfoni Antonio Affinita, direttore generale e cofondatore del MOIGE.
“Il problema della tecnologia che utilizzano oggi i ragazzi coi social è deleteria, pericolosa e va gestita. Stiamo chiedendo con la nostra prima class action in Europa che vengano innanzitutto rispettati i limiti già presenti dalla normativa, che sono limiti di almeno 14 anni, e di togliere dai social tutti i minori inferiori a questa età, che per ora è quella presente. Stiamo facendo questa class action inibitoria per togliere parecchi milioni di ragazzi che stanno praticamente sulla rete e sono assolutamente non tutelati. E poi anche l’eliminazione dei cosiddetti algoritmi predatori: sono algoritmi fatti apposta per creare dipendenza sulle giovani menti dei ragazzi che sono in una fase di formazione, dandogli anche contenuti pericolosi.”
Una battaglia legale che il MOIGE definisce impari: “È una lotta impari contro delle potenze che fatturano praticamente più del prodotto interno lordo di un medio Stato europeo. Ci dispiace che purtroppo non abbiano questa sensibilità etica. Noi crediamo che l’aspetto etico sia quello fondamentale quando si lavora con i nostri figli”.
Dietro i dati e le richieste normative, Affinita porta la voce diretta delle famiglie coinvolte: “Sentiamo anche l’esigenza di denunciare, di segnalare, di portare il grido di migliaia e migliaia di genitori che si trovano i propri figli coinvolti in necessarie pratiche psicologiche e psichiatriche per l’utilizzo dei social, e tanti altri genitori che piangono i loro figli perché purtroppo con i social sono arrivati addirittura a gesti estremi come la morte. Quindi noi su questa battaglia non arretriamo. Ci auguriamo che alla prossima udienza, per cui abbiamo preparato documentazioni per ribattere alle argomentazioni alquanto risibili — perché sono argomentazioni miranti solamente a dilatare il tempo in cui deve decidere la giustizia — questa causa possa lasciare una traccia e fermare questi comportamenti scorretti da parte di chi offre ai nostri figli un prodotto pericoloso, dannoso, che li può portare alla morte”.
Chi accusiamo
Quello che si sta chiamando in causa è la responsabilità di Meta e TikTok davanti al Tribunale delle Imprese di Milano, dove il MOIGE (Movimento Italiano Genitori), affiancato dallo studio legale torinese Ambrosio & Commodo e da un gruppo di famiglie, ha promosso la class action inibitoria in Europa contro le due piattaforme.
Il nodo giuridico, secondo Affinita, riguarda proprio l’assenza di tutele per un pubblico che per definizione non può dare un consenso pienamente consapevole: “Ci troviamo davanti a un prodotto che viene offerto direttamente a un minorenne senza alcun consenso genitoriale, dove i danni che produce o i danni che riceve la piattaforma neanche se ne accoglie la responsabilità. Ci troviamo davanti a un qualcosa che è decisamente inaccettabile: è inaccettabile che chi propone un servizio a un minorenne, questo servizio non sia sicuro e sia invece pericoloso, che lo può portare, come è capitato — abbiamo alcuni casi veramente devastanti di ragazzi che si sono tolti la vita — e mi dispiace anche portare il dato che purtroppo il suicidio è la seconda causa di morte dei nostri giovani. Quindi questo deve far riflettere su come i social debbano recuperare un senso etico necessario, obbligatorio, se vogliono continuare questa attività. Altrimenti non è accettabile che per lucro si distruggano intere generazioni”.
Sul fronte delle richieste concrete al legislatore, la necessità è quella di un doppio binario, normativo e culturale: “Su questo vogliamo chiedere che vengano immediatamente fatte delle norme rigorose, e non come la situazione adesso, dove ci sono vulnus e vuoti giuridici. Nulla è risolutivo, ma tutto aiuta a ridurre l’impatto negativo dei social. Noi crediamo che l’aspetto normativo vada di pari passo con quello valoriale e culturale. Difatti su questo siamo impegnati da anni andando nelle scuole, nelle famiglie, a parlare di utilizzo corretto e consapevole della tecnologia contro i cyber risk. Ci tenevo molto a sottolineare questo doppio aspetto, l’aspetto formativo e l’aspetto normativo, che spesso vengono divisi, sembrano esserci anche contrapposizioni — no, togliamo il divieto, solamente formazione; no, solo il divieto, niente formazione — invece sono due gambe dello stesso corpo, che devono andare avanti insieme e portare avanti questa tematica”.











