Il tema del potere d’acquisto torna d’attualità con i nuovi dati OCSE: secondo le stime più recenti, i salari reali italiani potrebbero diminuire dello 0,9% nel 2026, restando inferiori di circa il 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021 — il divario più ampio tra le principali economie avanzate. Un quadro che si inserisce in un declino di più lungo periodo: l’Italia è l’unico grande Paese dell’area OCSE in cui il salario medio reale è arretrato invece di crescere dal 1990 a oggi.
È in questo contesto che si sviluppa il confronto tra Alberto Contri e Giorgio Bianchi. Contri apre il ragionamento sottolineando il paradosso italiano: più occupazione ma meno reddito reale, tra precariato in aumento e stipendi fissi ormai insufficienti a sostenere una famiglia. Il commentatore cita anche un articolo di Avvenire secondo cui ogni figlio costerebbe “almeno 24 mila euro all’anno”, una cifra che — a suo dire — spiega da sola la spinta verso la denatalità. Contri smentisce inoltre la tesi secondo cui i migranti contribuirebbero a sostenere le pensioni, sostenendo che gran parte di loro sarebbe sottopagata o pagata in nero, senza quindi versare contributi INPS.
Prende poi la parola Giorgio Bianchi, che collega il tema del lavoro alla perdita di status internazionale dell’Italia legata alle guerre in corso, portando l’esempio delle imprese meccaniche che hanno perso mercati come quello russo. Il commentatore critica anche il piano di riarmo europeo, sostenendo che i maggiori vantaggi occupazionali andrebbero agli Stati Uniti, e conclude ribaltando la lettura comune sulla denatalità: nelle sue parole, non sono le condizioni economiche a determinare le nascite, ma la fiducia nel futuro, citando Messico, Turchia e Iran come Paesi giovani in crescita nonostante le difficoltà.










