Nella notte, una telefonata. Donald Trump avrebbe chiamato Benjamin Netanyahu per dirgli, senza troppi giri di parole: “Sei un pazzo, che cazzo fai?” La notizia, riportata da Axios, è credibile – non per fede nel testismo del giornale americano, ma perché si inserisce in una logica precisa: gli accordi tra Washington e Teheran erano arrivati a un punto avanzato, si parlava di riapertura dello stretto di Hormuz, e Israele continuava a bombardare.
La guerra contro uno Stato sovrano
Mentre i negoziatori trattavano, Tel Aviv colpiva Gaza, il Libano, minacciava i sobborghi di Beirut, mandava ordini di evacuazione ai civili libanesi. Non si tratta di schermaglie di frontiera: è una guerra contro uno Stato sovrano, con avanzata via terra, occupazione di territorio, distruzione sistematica delle infrastrutture secondo la stessa strategia applicata a Gaza. A quel punto gli iraniani hanno fatto sapere a Trump che nessun accordo era possibile mentre Israele continuava a colpire. La telefonata sarebbe arrivata di conseguenza.
Il pattern si ripete identico in Ucraina. Nel momento stesso in cui si parla di nuovi colloqui di pace, arriva un bombardamento ucraino che uccide una ventina di civili a Lugansk. Putin annuncia vendetta. Mosca risponde con un pesante attacco su Kiev: quattro morti, feriti, persone sotto le macerie. La Crimea intanto soffre per i colpi ucraini alle infrastrutture energetiche e ai rifornimenti di carburante. Due teatri di guerra, una sola dinamica: ogni volta che si apre uno spiraglio, qualcuno lo chiude con un’operazione militare.
Letture sgradite
È una lettura che non piace ai media mainstream, dove la colpa si attribuisce ai leader – Trump da una parte, Netanyahu dall’altra, come se i conflitti fossero il frutto di simpatie personali e non di traiettorie strategiche costruite in decenni. Netanyahu parlava già di sfruttare l’11 settembre per attaccare l’Iran – lo si vede nel film W di Oliver Stone, con Dick Cheney che indica l’Iran come obiettivo vero, non l’Iraq. L’analista George Friedman di Stratfor lo diceva apertamente: separare la capacità produttiva tedesca dalle materie prime russe è un interesse americano strutturale, e l’Ucraina è il teatro scelto per farlo.
I leader, insomma, camminano su un solco già tracciato. La telefonata di Trump a Netanyahu potrà anche essere vera – e serve a Trump per recuperare consenso in vista delle elezioni – ma non cambia la sostanza: gli accordi di pace vengono sabotati sistematicamente, su entrambi i fronti, non per capriccio di questo o quel capo di governo, ma perché qualcuno ha interesse a tenerli sabotati.










