“Tutti lo ripetono, ma il problema dell’Occidente non è l’economia” ▷ La lectio magistralis di Gabriele Guzzi

L'economia è diventata fine a se stessa. E quando una civiltà non ha più uno scopo che non sia il profitto, inizia a consumare i propri presupposti.

C’è una domanda che l’Occidente ha smesso di farsi da almeno un secolo: a che scopo?
A porla con precisione filosofica è Gabriele Guzzi, economista, ospite di Giorgio Bianchi a Un Giorno Speciale. La tesi è scomoda proprio perché viene dall’interno della disciplina: il problema dell’Europa e del mondo occidentale non è economico. È che l’economia ha colonizzato tutto, anche se stessa.

«L’economia dovrebbe essere un modo di organizzare le attività umane, di allocare le risorse, in ottica di altro», spiega Guzzi. «Il problema è che questa economia non ha altro obiettivo se non l’economia stessa». Un circolo chiuso, autoreferenziale, che non produce senso ma lo consuma. E quando una civiltà esaurisce le proprie ragioni per vivere — e per morire, aggiunge Guzzi, «che non sia la guerra» — entra in crisi strutturale, non congiunturale.
È il nichilismo, secondo l’economista, il vero male del tempo. E non riguarda solo l’Occidente: «Questo processo coinvolgerà anche altre parti del mondo», avverte. La globalizzazione del mercato porta con sé la globalizzazione del vuoto.

Big Tech come religione sostitutiva

Bianchi porta nel dibattito l’enciclica di Papa Leone e la lettura del New York Times: il Big Tech si propone come religione alternativa, e lo fa occupando esattamente quel vuoto di senso che le grandi tradizioni monoteiste stanno lasciando. Non solo: le grandi oligarchie tecnologiche non sono affatto prive di spiritualità. «Basta vedere il manifesto di Palantír, i testi di Tír. Loro hanno una religione. È una religione profondamente antiumana, ma l’hanno».
Di fronte a un’offerta culturale sempre più scadente — «una saggistica che se l’avesse scritta un adolescente un po’ fuori, uno direbbe: crescerà» — e a prospettive lavorative insoddisfacenti sul piano del merito o su quello economico, Guzzi individua un bivio. Da una parte c’è quello che il sistema offre: omologazione, consumismo, atomizzazione. Dall’altra, qualcosa di molto più difficile: «Ritrovare delle ragioni profonde in libri molto antichi, testi che questo mondo non ti offre, e provarci a costruire su — delle relazioni, una vita, un partito politico, perché no».

Il calo demografico come sintomo

Il collegamento con la denatalità è diretto. Una società che ha sostituito la strategia con la tattica — il progetto di vita con la carriera, la famiglia con l’edonismo — non scommette più sul futuro. «Se pensi che tutto si concluda con te», osserva Bianchi citando Pasolini e la sua profezia di mutazione antropologica, «scambi la tattica con la strategia». Ciò si realizza all’interno di un paradosso apparente: «I giovani stanno fin troppo bene, data la società che vivono. Cioè, tutto è ancora stranamente stabile». Una stabilità che non rassicura, ma preoccupa: è la quiete di chi non ha ancora capito davvero il bivio in cui si trova.

Le domande filosofiche che una civiltà si deve porre riguardano anche le istituzioni più quotidiane. L’università che distribuisce certificati spendibili sul mercato del lavoro perde la battaglia contro le telematiche, e lo merita. La scuola che affida i compiti estivi sotto forma di to-do list — l’aneddoto portato da Bianchi sul figlio — e che presenta i bambini come «bambini europei» prima che italiani, fotografa un sistema educativo che ha abdicato alla sua funzione: non trasmettere nozioni, ma ragioni.
«Queste sono domande filosofiche che una società si pone. Noi non ce le poniamo da almeno cento anni. Qualcosa è stato fatto dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma poi non ce le siamo più potuti porre».