C’è una gigantografia di Enrico Mattei in Iran. Non è un dettaglio da museo: nei libri di storia iraniani il fondatore dell’Eni ha un capitolo dedicato, perché fu lui – controcorrente rispetto alle ‘sette sorelle’ anglo-americane – a proporre di dividere i proventi petroliferi al 50% con il paese produttore, invece di trattenersi la quota maggiore come prassi del settore. Secondo Alberto Negri, fu proprio questo a fare di Mattei un uomo fuori scala per la sua epoca.
Un capo partigiano alla guida dell’Agip
La vicenda ricostruita da Negri parte dal 1943, quando il governo Bonomi affida a Mattei, ex capo partigiano, l’incarico di liquidare l’Agip. L’ordine arriva dagli americani, ed è chiaro: cancellare la compagnia petrolifera di Stato italiana per gestire direttamente il petrolio. Per Negri è uno schema che si ripete identico nei decenni successivi, da Obama a Trump, cambiano solo gli artifici retorici con cui Washington lo riveste: nelle trattative gli americani non lasciano margine alla controparte.
Mattei, però, non esegue l’ordine. Trascina la procedura per due anni, trovando ogni sotterfugio possibile per evitare la liquidazione dell’Agip. Quando nel 1944-45 americani e inglesi entrano a Roma, la prima destinazione non è casuale: vanno dritti alla sede dell’Agip, a caccia delle mappe del petrolio che il geologo Ardito Desio aveva già individuato in Libia. Il giacimento era noto da tempo, racconta Negri; mancavano solo i mezzi economici e tecnici per estrarlo.
Il petrolio del Mediterraneo e l’eredità di Mattei
Per Negri fu proprio la resistenza di Mattei a permettere all’Italia di costruire un’industria energetica autonoma, condizione indispensabile per la ricostruzione post-bellica. Mattei arrivò poi a finanziare il FLN algerino, ribaltando gli equilibri del Mediterraneo a favore degli interessi strategici italiani, in un’operazione che Negri definisce eccezionale per l’epoca.
Un’eredità che oggi, secondo il giornalista, appare in parte dispersa. L’Italia ha sotto la Libia una vera e propria riserva energetica: il gasdotto Greenstream, 550 chilometri di tubature, e gli impianti per l’estrazione. Se portato a piena capacità, il gasdotto potrebbe garantire all’Italia 25-30 miliardi di metri cubi di gas – quasi un terzo del consumo nazionale, che si attesta poco sopra i 70 miliardi annui – oltre a petrolio di qualità Arabian Light, tra le migliori sul mercato. Eppure, osserva Negri con una punta di amarezza, l’Italia continua a cercare petrolio altrove nel mondo invece di sfruttare a pieno questa risorsa a portata di mano.
Il caso Iran: l’episodio del 2016
Negri ricostruisce un episodio specifico, che cita come esempio di un copione ricorrente sotto governi di colore politico diverso, da Gentiloni a Meloni. Nel 2016 il presidente iraniano Rouhani, ben disposto verso l’Italia anche per ragioni familiari, firma un memorandum d’intesa da oltre 30 miliardi di euro. Le banche italiane aprono una linea di credito da 5 miliardi per le imprese impegnate nella petrolchimica in Iran.
L’accordo, però, si blocca quasi immediatamente. Negri racconta di aver parlato con i referenti di Unicredit, che inizialmente gli confermano il via libera da Londra. Poco dopo, però, il tono cambia: gli dicono di essere stati minacciati dagli americani, che avrebbero paventato il taglio delle operazioni negli Stati Uniti e l’impossibilità di effettuare transazioni in dollari se la linea di credito fosse stata aperta.
Anche l’allora ministro Bersani, contattato da Negri per intervenire, risponde nel giro di poche ore che non c’è nulla da fare. Un uomo pratico, lo definisce Negri, che si rende conto in fretta della situazione: gli Stati Uniti non vietano formalmente di fare affari con l’Iran, ma rendono la cosa di fatto impossibile attraverso la leva finanziaria sul dollaro.
Una sequenza di rinunce
Per Negri, l’episodio Iran è solo l’ultimo capitolo di una lunga sequela di sconfitte e umiliazioni che l’Italia ha incassato negli anni, rinunciando sistematicamente a opportunità economiche e strategiche per non scontrarsi con Washington. Una rinuncia che il giornalista definisce, semplicemente, ingiusta.










