La pace europea del dopoguerra non era libertà: era amministrazione imperiale. Come Roma con i suoi soci, Washington ha tenuto le province occidentali in un limbo post-storico – senza dolore, senza aspirazione – fondato sul benessere materiale, sulla cooptazione delle élite e sul classico binomio panem et circenses. Un assetto stabile finché l’impero restava in pace.
Il problema è che l’impero ha ricominciato a fare la guerra.
Giorgio Bianchi e Gabriele Guzzi discutono della questione in diretta.
Il conto del benessere
La richiesta di riarmo europeo non viene letta come percorso verso l’autonomia strategica, ma come arruolamento: “Questo riarmo non è per affrancarci dall’impero: è per combattere al fianco dell’impero”. Gli europei si vedono ora presentare il conto di decenni di prosperità garantita, esattamente come Roma chiedeva ai soci l’impegno militare in cambio della cittadinanza – una tensione che aveva già incrinato, nel mondo antico, l’architettura imperiale.
Trump come disvelamento
Sullo sfondo c’è il grande equivoco intellettuale degli anni Novanta: la profezia di Fukuyama secondo cui la storia si era conclusa con la vittoria liberale. “La storia non è finita per niente”, mentre il quadro geopolitico accelera verso scenari che sembravano archiviati. In questo contesto Trump non è un’anomalia ma un acceleratore: “Esplicita la natura coloniale dell’impero americano, che con i democratici e i repubblicani precedenti veniva ancora camuffata con il discorso dei diritti umani, dell’esportazione della democrazia”. La retorica umanitaria era il velo ideologico di una struttura di potere che Trump si limita a mostrare senza abbellirla.
La scelta dei popoli europei
La sovranità non appartiene a un’entità astratta chiamata Europa, ma a popoli concreti – italiani, francesi, tedeschi – chiamati a decidere del proprio destino. L’alternativa è già davanti a tutti: “Accendere la tv, guardarci venti serie televisive in una notte e spegnere il cervello mentre il mondo va in fiamme”.










