“Gli studi sugli effetti avversi davano un messaggio sbagliato”.
La letteratura scientifica è ormai consistente, pubblicata sulle riviste più autorevoli al mondo e, in larga parte, non smentita da nessuna ricerca successiva. È questo il filo conduttore dell’audizione tenuta da Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la Salute globale dell’Istituto Superiore di Sanità, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid.
Miocarditi, autoimmunità, persistenza dell’RNA: i dati
Del resto fu Anthony Fauci che nel 2023 aveva pubblicato su Cell Host & Microbe una valutazione tutt’altro che entusiasta sui vaccini per infezioni mucosali: come ricorda il ricercatore in audizione, «i risultati non sono stati particolarmente soddisfacenti» — e quella, precisa Federico, era addirittura una traduzione attenuata rispetto all’originale inglese.
Poi, sul fronte degli effetti collaterali, arrivò perfino uno studio pubblicato dagli stessi ricercatori di Moderna nel 2024: un’osservazione biennale che, pur condotta con sola sorveglianza passiva in una finestra di 21 giorni, riporta decine di migliaia di segnalazioni e conferma il nesso con miocarditi e pericarditi come «dato di fatto» statisticamente significativo. Un anno prima, aggiunge Federico, una collega del suo istituto aveva già pubblicato una review sistematica che affrontava lo stesso tema «in maniera molto organica, senza particolari opinioni personali dei ricercatori, ma riportando i dati della letteratura».
Che fine fece? Nessuna, anzi: «Ci fu un’ispezione interna all’ISS, la subirono alcuni miei colleghi perché il messaggio che dava quello studio veniva ritenuto sbagliato».
Tre proposte ignorate. E i danneggiati lasciati soli
Sul versante oncologico, Federico ha tenuto a precisare che nessuno studio implica una condanna per i vaccinati a contrarre tumori, ma che l’insieme dei dati — almeno quattro o cinque lavori internazionali — mostra che la spike può inibire la risposta immunitaria antitumorale. La preoccupazione non è la certezza del danno, ma l’assenza di risposta istituzionale: «uno Stato, un ministero che doveva assolvere il proprio compito doveva cominciare un minuto dopo studi su tutto quello che non era stato studiato».
Il passaggio più duro dell’audizione ha riguardato proprio questo punto. Federico ha riferito di aver inviato almeno tre proposte di programma nazionale di ricerca sugli effetti avversi, senza ricevere risposta: «tre volte è tutta roba che è finita nel cestino. Non ho avuto neanche la dignità di un “le faremo sapere”».
Federico ha chiuso con un paragone volutamente scomodo, forte della sua collocazione all’interno dell’ISS: il suo Centro nazionale per la Salute globale condivide la casa istituzionale con il Centro nazionale per le Malattie Rare — la struttura che coordina la rete nazionale e integra sorveglianza, ricerca e sanità pubblica per patologie che, per definizione europea, colpiscono non oltre 5 persone ogni 10.000 abitanti. Quei pazienti hanno percorsi diagnostici dedicati, registri nazionali, esenzioni, reti di centri specializzati. I danneggiati da vaccino, che potrebbero essere decine di migliaia su 40 milioni di vaccinati, non hanno niente di tutto ciò. La differenza che Federico sottolinea è morale prima che numerica: le malattie rare sopraggiungono per cause genetiche o ambientali fuori dal controllo del paziente, mentre chi ha sviluppato effetti avversi «ha dato fiducia allo Stato» e si è trovato solo, «abbandonato perché andando in giro per ospedali e per medici nessuno sapeva o voleva dirgli niente», esposto a operatori improvvisati e privo di qualsiasi riconoscimento istituzionale. Convinto e dimenticato.










