Bufera Commissione Covid, Lisei: “Conte lavorava nello stesso studio di Di Donna, non dovevamo indagare?”

«L'emergenza ha bypassato le regole. È chiaro che in emergenza non puoi seguire tutte le procedure, ma ci deve essere un minimo di controllo. In quel momento, col Cura Italia, quei controlli sono stati allentati in maniera eccessiva. Soprattutto la Corte dei Conti».

Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Covid torna sull’audizione dell’8 giugno a Palazzo San Macuto: al centro, i 454.000 euro pagati dall’azienda Adaltis all’avvocato Luca Di Donna — socio di studio di Giuseppe Conte — per attività descritte dai testimoni come del tutto marginali o meri controlli. Una seduta finita in caos, con l’audita che ha accusato i commissari di aggressione e le opposizioni all’attacco chiedendo le dimissioni del presidente Marco Lisei.

Al centro dell’audizione c’è un meccanismo semplice nei contorni, opaco nella sostanza. Di Donna — avvocato civilista che condivideva lo Studio Alpa con l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte — avrebbe fatto firmare un contratto intestato a una sua praticante, Nicoletta Spaziani, per una provvigione del 10% su una gara d’appalto relativa ai tamponi gestita dalla struttura commissariale di Arcuri. Un dettaglio non secondario: la praticante era priva di partita IVA e quindi impossibilitata a emettere fattura. I soldi, di fatto, sarebbero poi confluiti direttamente a Di Donna e ad altri soggetti.

«Abbiamo sentito lei per capire che cosa c’era dietro quel contratto», ha spiegato Lisei. «Perché l’avvocato Di Donna ha percepito 450.000 euro per delle attività del tutto marginali, che l’imprenditore che glieli ha dati ha detto che erano sostanzialmente ingiustificati».
Il sospetto della Commissione — condiviso in passato da alcune procure — è che quella parcella non remunerasse un’attività legale. «Lo stesso rappresentante della società ha detto che, a suo avviso, quella era una parcella più da rappresentante che da avvocato», ha precisato Lisei, «Quindi in realtà avrebbe fatto da intermediario, si sarebbe attivato per fargli avere questa commessa. In quel caso si chiama traffico di influenze». Una fattispecie che la magistratura ha indagato senza riuscire a provare.

Tre deposizioni giurate, tutte convergenti

La testimonianza del dipendente Adaltis Marco Spadaccioli non è isolata. È la terza, in ordine di tempo, in cui un imprenditore riferisce di presunte richieste di percentuali avanzate da Di Donna in cambio di intermediazione con la struttura commissariale. Le precedenti, rese dagli imprenditori Buini e Bianchi, lo descrivono come un soggetto presentatosi come “fedelissimo” di Conte, capace di aprire porte con i vertici della struttura guidata dall’allora commissario Domenico Arcuri.
«Visto che l’avvocato Di Donna era in studio con Giuseppe Conte e aveva dei contatti con Arcuri», ha detto Lisei, «è legittimo pensare che quei soldi li abbia ricevuti non per fare attività legale, bensì per introdurre o agevolare questo appalto. Noi non sappiamo se è stato così, ma il sospetto c’è. Ce l’hanno avuto anche le procure».

Diverso è però il lavoro della Commissione da quello della magistratura: «L’attività della commissione d’inchiesta fa un lavoro diverso. Non cerca la responsabilità penale, cerca di sapere la verità — che è una cosa diversa. Perché la verità penale è quello che accade nei processi. Spesso persone che non sono colpevoli vengono condannate, persone che sono colpevoli vengono assolte».
L’obiettivo, ha ribadito, è politico e istituzionale: «Capire se chi gestiva la pandemia — Arcuri — la gestiva in maniera trasparente, o se invece favoriva persone vicine alla sinistra mentre altri che potevano vendere a prezzi più bassi non li favoriva. Questo è quello che stiamo cercando di capire. Lo scopo della commissione, quando ci sono dei disastri, è capire se la pubblica amministrazione ha lavorato in modo efficiente, trasparente e imparziale e non ha sprecato i soldi dei cittadini. Mentre questi stavano morendo».

La seduta degenera

Spaziani si è presentata alla seduta evidentemente provata. Alle domande dei commissari — chi aveva firmato il contratto, se l’interlocutore fosse un uomo o una donna — ha risposto sistematicamente di non ricordare. Poi ha alzato il tono, accusando la presidenza di aggressione.
«Le ho detto che uno fa la domanda e l’altro risponde», ha replicato Lisei dalla presidenza. «Se lei parla mentre parla la deputata, non si capisce niente — e per lo stenografico non viene registrato. Non sto aggredendo nessuno, sto dicendo semplicemente come sono le cose».
Lisei ha dovuto sospendere la seduta per due o tre volte. Nel frattempo sui social circolava già un video montato — attribuito ad ambienti vicini al Movimento 5 Stelle — che mostrava solo le dichiarazioni difensive dell’audita, senza le domande che le erano state rivolte. «È un video tagliato solo su quando lei dice “mi state attaccando, mi state insultando”, ma non si vede né l’attacco né l’insulto. Chi vuole farsi un’idea se lo vada a vedere tutto, perché è una cosa surreale».

Ma un tema l’audita lo ha sollevato: «Non troverete nulla perché la struttura commissariale non decideva nulla», ha detto ad Alice Buonguerrieri (FdI) che le chiedeva quando fosse entrata nello studio di Di Donna: il Decreto Cura Italia, all’articolo 122 comma 8, aveva sottratto la struttura commissariale al controllo della Corte dei Conti, esentato i responsabili da responsabilità erariale salvo dolo, e consentito procedure in deroga al Codice degli Appalti. «L’emergenza ha bypassato le regole», ha detto Lisei. «È chiaro che in emergenza non puoi seguire tutte le procedure, ma ci deve essere un minimo di controllo. In quel momento quei controlli sono stati allentati in maniera eccessiva».