La direzione che non dobbiamo prendere

Il Global Innovation Index 2026 ci mette al 31° posto. Ma forse il problema non è il ritardo — è il modello che stiamo inseguendo.

Il Global Innovation Index 2026 colloca l’Italia al 31° posto su 49 paesi nella classifica globale per l’innovazione. I numeri, a prima lettura, fanno effettivamente male: siamo al 37° posto mondiale per investimenti pubblici in istruzione in rapporto al PIL, abbiamo un numero insufficiente di laureati in discipline STEM — Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica — e gli investimenti in ricerca e sviluppo e in venture capital restano ben al di sotto dei livelli dei nostri principali competitor internazionali.
Il rapporto non manca di proporre rimedi: zone di innovazione speciali, talent attraction package per attrarre ricercatori globali, una politica tecnologica nazionale strutturata con focus su intelligenza artificiale e manifattura avanzata.
Non sono d’accordo.

Quel che sfugge ai numeri

Non sono d’accordo perché questa chiave di lettura ci sta portando a fare una cosa pericolosa: copiare chi è più bravo di noi in cose in cui noi non siamo così bravi. È una strategia che non porta da nessuna parte, perché parte da una premessa sbagliata — quella che il modello di innovazione anglosassone o asiatico sia universalmente valido e che l’Italia debba semplicemente recuperare il ritardo.
Eppure lo stesso rapporto ci dice che siamo sesti al mondo per capacità di trasformare ricerca e innovazione in risultati economici concreti. Settimi per potenza di calcolo nei supercomputer. Questi non sono numeri di un paese in crisi strutturale: sono i numeri di un paese che sa fare cose straordinarie quando opera nel suo terreno naturale.

L’Italia è brava da duemila e fischia anni nell’umanesimo. Siamo forti nella genialità imprenditoriale, nel pensiero laterale, nella capacità di dare forma estetica e funzionale a idee complesse. Questa non è nostalgia: è una competenza produttiva concreta, spendibile, irriproducibile.
Quello che chiamo strategia umanistica non è un ripiego romantico in assenza di alternative tecnologiche. È il riconoscimento che i problemi reali delle organizzazioni — e lo vedo ogni giorno nelle aziende che mi portano le loro sfide in consulenza — sono problemi di persone. Si risolvono con il pensiero logico e con la Emotional Intelligence, ovvero con la capacità di leggere, interpretare e orientare le dinamiche umane. Nessuna intelligenza artificiale risolve questi problemi. L’AI è uno strumento potentissimo — lo uso anch’io, come tutti abbiamo usato PowerPoint, le mail, internet — ma è tecnica. L’uomo è millenario.

La domanda che il rapporto non si pone

Inseguire l’intelligenza artificiale come la fanno gli altri non risolverà i problemi dell’Italia. Investire miliardi per replicare ecosistemi tech che altri hanno costruito in decenni, in contesti culturali, legali e finanziari profondamente diversi, ci metterà sempre in posizione di rincorsa.
La vera domanda è un’altra: su cosa può essere l’Italia prima, invece che trentunesima?
La risposta è già nei numeri che il rapporto pubblica e che nessuno commenta.