Il governo Meloni rilancia l’energia nucleare con un disegno di legge già approvato alla Camera, ma la partita delle materie prime resta tutta da giocare. Il confronto tra il reporter Giorgio Bianchi e il geologo Mario Tozzi.
Il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2025 su impulso del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, punta sui reattori modulari di nuova generazione, gli SMR e AMR. Dopo il via libera della Camera nel giugno 2026, il testo attende ora il passaggio definitivo al Senato. Il ministro ha indicato una finestra realistica per la prima produzione di elettricità da fissione tra il 2034 e il 2035, ammettendo che le tecnologie necessarie non sono ancora disponibili in Occidente.
Resta però aperta la questione delle materie prime: il Kazakistan è il primo produttore mondiale di uranio, con circa il 43% dell’estrazione globale, ma l’uranio kazako transita storicamente attraverso il territorio russo sotto licenza Rosatom prima di raggiungere l’Europa. La Russia, inoltre, controlla da sola quasi la metà della capacità mondiale di arricchimento dell’uranio, un settore che finora non è mai stato colpito dalle sanzioni occidentali legate alla guerra in Ucraina.
È su questo nodo che si concentra la critica di Bianchi, secondo cui l’Occidente rincorre l’autonomia energetica senza però avere una vera filiera propria: “da qualcuno lo devi prendere se parli di centrali nucleari”, osserva, ricordando come diversi produttori occidentali continuino ad approvvigionarsi da Mosca nonostante le sanzioni.
Tozzi condivide il punto di partenza ma sposta l’attenzione sulla tenuta politica del progetto italiano: nota come il governo, pur avendone i numeri, “ci ha messo 4 anni” a varare la legge, segno di come nessuno voglia assumersi la responsabilità di scegliere i siti dove costruire gli impianti — il vero ostacolo, più della tecnologia, al ritorno del nucleare in Italia.










