Quando è entrato a Rebibbia, Gianni Alemanno si è ritrovato — per un caso che ha del cinematografico — esattamente nello stesso braccio e nella stessa cella in cui aveva già vissuto da ventenne, quarant’anni prima, ai tempi della sua militanza giovanile. “Vi dico molto francamente, io sono già stato in galera 40 anni fa quando avevo 20 anni per una questione di militanza giovanile”, racconta. “Io mi sono ritrovato nello stesso carcere, nello stesso braccio e nella stessa cella in cui stavo 40 anni fa.” L’ex sindaco di Roma è uscito definitivamente dal carcere romano il 24 giugno 2026, dopo un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni di pena per la condanna nell’ambito della maxi inchiesta sulla mafia romana e la pubblica amministrazione nota come “Mondo di Mezzo”, e ad attenderlo fuori dal portone c’era una folla di sostenitori che scandiva il coro “Gianni, Gianni”. Ma è dentro quelle mura, in un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, che Alemanno racconta per la prima volta cosa ha trovato davvero in quella cella tornata a essere la sua.
“La libertà è tutto, per cui aggiungere altre cose oltre che la libertà è difficile”, esordisce. Poi il confronto con quarant’anni prima: “All’epoca il carcere era completamente diverso, cioè c’erano pochissime persone, le celle erano studentate, una cosa completamente diversa.” Oggi invece, dice senza giri di parole, “è il delirio, cioè il delirio, c’è un tasso di affollamento che a livello nazionale è il 140%. E a Rebibbia è del circa il 160%. Nella stessa cella dove io stavo in 4, oggi in questa esperienza siamo stati in 6”. E proprio in quella cella, ricorda, c’era anche Paolo Di Nella, “quel ragazzo, quel mio amico”, ucciso “con un colpo, una sprangata alla schiena da parte di attivisti dell’estrema sinistra” pochi mesi dopo essere uscito di prigione.
Il nome di Nordio: «Amministrazione penitenziaria incomprensibile»
È a questo punto del racconto che Alemanno introduce per la prima volta il nome del ministro della Giustizia: “Ci sono proprio carenze di qualsiasi servizio e c’è un’amministrazione penitenziaria che ha una deriva molto strana. Io ho detto che ne voglio parlare col Ministro Nordio. C’è una tendenza, come posso dire, repressiva, negativa da parte dell’amministrazione penitenziaria, incomprensibile”. E aggiunge, per chiarire che non si tratta di un cedimento securitario: “Non perché — lo voglio sottolineare bene — bisogna essere indulgenti. Io ho sempre fatto politiche securitarie, sono per la sicurezza, per la giustizia, per la certezza della pena, ma non si può impedire a chi vive dentro di avere percorsi di riabilitazione nel lavoro, nella formazione, eccetera.”
Sul sovraffollamento, Alemanno è netto: “Deriva dal sovraffollamento, perché il sovraffollamento non incide solo sulla vita dei detenuti, incide pure sulla vita degli agenti della polizia penitenziaria”.” E descrive una situazione di totale squilibrio: “Noi per mesi e mesi eravamo 300-400 persone con 3-4 persone di guardia, per cui c’era una totale sproporzione tra chi doveva controllare e la popolazione detenuta.” Una sproporzione che, dice, lascia mano libera a chi vuole comportarsi male, mentre “chi invece vuole seguire una strada di redenzione, una strada per darsi una prospettiva per quando esce, ha mille difficoltà”. A questo si lega il tema delle dipendenze, definito “il cancro maledetto delle tossicodipendenze“: “In carcere entra molta roba e chi non reagisce si perde in quella dipendenza ed è veramente una cosa terribile da questo punto di vista. Tu vedi gente che guarda per tutto il giorno il soffitto o il muro davanti a lei”.
La revoca dell’affidamento e l’arresto
C’è però anche un lato umano, quello dello spirito romanesco: “C’è una reattività di un clima di scherzosità, di battute… qualsiasi comico, lì veramente avrebbe tanto da imparare. C’è la cella come la famiglia, il reparto un po’ come il villaggio, come il quartiere”. Ma quell’energia, denuncia, “invece di essere valorizzata purtroppo viene schiacciata”.
Sul modo in cui è tornato dentro, non nasconde l’amarezza: “A Capodanno, la notte di San Silvestro, vengo chiamato dalla caserma dei Carabinieri e il suo affidamento in prova è revocato… improvvisamente mi sono trovato catapultato dentro quel mondo del tutto incredulo”. Ammette: “Magari sarò stato anche un po’ leggero”, ma rivendica che “il pubblico ministero aveva chiesto di scontarmi numerosi mesi della mia condanna. Invece il presidente del tribunale ha voluto rifarmi fare tutto da capo”.
Dal sindaco di Roma al carcere
Guardando alla sua carriera, individua nell’elezione a sindaco di Roma il punto più alto: “Quando contro tutti i pronostici riuscii a battere Rutelli, mi sono trovato a fare il sindaco di Roma, è stata una cosa bellissima”. Poi il crollo: “Ci è venuto addosso il mondo, siamo stati un po’ come quei film western in cui ci stanno i cowboy accerchiati dagli indiani, ci sparavano tutti davanti addosso”.
Sui parlamentari in visita, è altrettanto diretto: “La tendenza da parte della direzione è quella di portarli a fare il giro delle cose belle: la sala musica, la sala teatro, la pizzeria… Io quando arrivavano ho detto: va bene, avete visto questo, adesso venite con me che vi mostro l’altra parte. Quindi me li portavo nelle celle… e la gente rimaneva a bocca aperta”. Cita anche la storia di Fabio Falbo, “condannato a 20 anni di carcere con accuse molto pesanti”, diventato in cella “il migliore avvocato esperto di tribunali di sorveglianza”, e quella di Antonio Russo, 88 anni, graziato da Mattarella ma ancora dentro: “La grazia è stata ottenuta ormai 4 mesi fa, sta ancora in galera e non c’è verso di farla recepire dal tribunale di sorveglianza”.
«Il carcere non deve diventare l’università del crimine»
È tornando su Nordio, nel finale dell’intervista, che Alemanno traccia la sua prossima battaglia politica: “Ho detto che chiederò un incontro col Ministro Nordio per cercare di spiegare. Voglio fare qualcosa perché questa situazione in cui la Repubblica Italiana si gioca la faccia venga in qualche modo risolta. E si può risolvere, non è impossibile, però bisogna metterci la testa e bisogna spiegare soprattutto ai cittadini che non c’è contraddizione fra difendere la sicurezza cittadina e avere un carcere vivibile, umano”. Ed è qui che arriva il passaggio più netto di tutta l’intervista: “Anzi, per difendere la sicurezza cittadina bisogna fare in modo che il carcere non incattivisca e non divenga l’università del crimine. È un fatto strettamente legato e speculare. Su questo io mi impegnerò molto, oltre tutte le battaglie sociali, le battaglie identitarie che hanno sempre contraddistinto il mio impegno politico da quando avevo l’età di 13 anni”.
E sul suo futuro politico, Alemanno trova anche un terreno di confronto — non sempre di pieno accordo — con Roberto Vannacci, di cui sostiene il nuovo progetto Futuro Nazionale: “Sulla questione delle carceri lui ha una visione di chi non ha fatto le mie esperienze, ma stiamo dialogando”. Poi rivendica la propria autonomia di giudizio rispetto alla logica dei partiti: “Purtroppo la politica italiana, i partiti italiani soffrono di questa malattia, lo yes-man. Uno sta in un partito e deve dare sempre ragione al leader. Vannacci è il leader di questo progetto, gli riconosco tutta la capacità decisionale del leader, però io ovviamente dico come la penso e ci confrontiamo”. Ed è proprio tornando sul nodo sicurezza-carcere che chiude il cerchio del suo ragionamento: “Secondo me troveremo una sintesi, perché come dicevo prima, sicurezza al cittadino, difesa intransigente della sicurezza al cittadino, ha bisogno di un carcere che riesca a ridurre la recidiva e a riabilitare le persone”.










