C’è un’alleanza che non passa per i canali diplomatici tradizionali, che non viene discussa nei vertici del G7 né codificata in trattati internazionali. Eppure è, forse, il legame più strutturale che tiene insieme Washington e Gerusalemme: il patto teologico tra gli evangelici americani vicini a Donald Trump e il sionismo religioso incarnato da Itamar Ben Gvir. Un patto che non nasce dalla geopolitica — dal petrolio, dalle basi militari, dall’interesse strategico — ma dalla convinzione condivisa che la storia abbia una direzione divina, e che quella direzione passi per la Terra Santa.
Il fossato tra Herzl e Ben Gvir: quando il sionismo perde la laicità
Il sionismo di Theodor Herzl e di David Ben-Gurion era un progetto essenzialmente nazionalista e secolare. Herzl era un giornalista figlio dell’Illuminismo europeo che cercava una soluzione politica alla persecuzione degli ebrei, non religiosa: valutò persino l’Uganda come alternativa alla Palestina. Ben-Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario», ha scritto la storica Anna Foa nel suo Il suicidio d’Israele: i sionisti religiosi, fanatici della Grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati fino a dominare la scena politica.
Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader di Otzma Yehudit (Forza Ebraica), è il prodotto di questa trasformazione. Il suo programma — annessione della Cisgiordania senza contropartite, supremazia ebraica, immunità ai soldati — non si fonda sul diritto internazionale né su una visione laica dello Stato, ma direttamente sulla Bibbia. Smotrich e Ben Gvir non sono gli eredi di Herzl: sono la sua negazione.
Perché questo sionismo piace agli evangelici (più di quello vecchio)
Il sionismo laico aveva poco da dire ai cristiani fondamentalisti americani: non parlava il loro linguaggio, non condivideva la loro escatologia. Il sionismo religioso di Ben Gvir, invece, sa evocare il Terzo Tempio, inquadra ogni colonia in Cisgiordania come adempimento di un disegno divino, usa la stessa mappa biblica che gli evangelici leggono ogni domenica.
Gli evangelici americani — circa ottanta milioni, con l’85% degli evangelici bianchi che vota repubblicano — credono nel dispensazionalismo: il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa è una precondizione necessaria alla seconda venuta di Cristo. Non sostengono Israele nonostante siano cristiani: lo sostengono perché lo sono. La loro lobby principale, la Christians United for Israel (CUFI) fondata nel 2006 dal pastore John Hagee, a differenza dell’AIPAC opera con un’impronta squisitamente teologica e conta milioni di membri attivi. Dopo il 7 ottobre ha elargito oltre tre milioni di dollari a Israele.
Trump ha capito prima di chiunque altro la forza di questa convergenza. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento dell’ambasciata americana — lo ha ammesso lui stesso — ha entusiasmato più gli evangelici statunitensi che gli ebrei americani. La posta in gioco non era la sicurezza di Israele: era la realizzazione di una profezia.
Il paradosso: due messianismi che si usano senza capirsi
L’alleanza poggia su un equivoco colossale. Gli evangelici sostengono Israele per accelerare la seconda venuta di Cristo — un evento che, nella loro teologia, implica la conversione o l’annientamento degli ebrei. Il sionismo religioso di Ben Gvir non ha nessuna intenzione di farsi convertire. È il più grande equivoco strategico della storia moderna delle religioni: un’alleanza fra due messianismi che, portati alla loro conclusione logica, si annienterebbero a vicenda.
Nel frattempo, però, funziona. Funziona perché entrambe le parti incassano: gli evangelici ottengono una politica estera americana allineata alle loro profezie; Ben Gvir e i sionisti religiosi ottengono copertura diplomatica e finanziamenti per gli insediamenti. La resa dei conti teologica è rinviata alla fine dei tempi. Nel mezzo, si rimodella il Medio Oriente e il mondo.
Ne abbiamo parlato con la giornalista Elena Testi a Un Giorno Speciale.
Nel video l’intervista di Giorgio Bianchi.










