Il 24 febbraio 2022 ha segnato un confine netto nella storia contemporanea: da un lato il mondo com’era, dall’altro quello che sarebbe diventato. L’invasione russa dell’Ucraina ha riconfigurato alleanze, mercati, opinioni pubbliche e relazioni diplomatiche in tutta Europa. L’Italia non ha fatto eccezione. Nel giro di poche settimane, un paese che era tra i partner economici e culturali più attivi della Russia si è ritrovato a dover ridefinire ogni aspetto di quel rapporto: dalle forniture energetiche alle sanzioni, dalla chiusura degli spazi aerei alla sospensione degli accordi accademici. Eppure, sotto la crosta delle decisioni istituzionali e della retorica mediatica, qualcosa di diverso e più profondo è rimasto in piedi.
Il rapporto tra italiani e russi ha radici lunghe, fatte di commercio, arte, letteratura, turismo e di una certa familiarità temperamentale che i due popoli hanno sempre riconosciuto l’uno nell’altro. I russi hanno storicamente guardato all’Italia come a un luogo dell’anima prima ancora che come a una destinazione geografica: da Gogol a Dostoevskij, da Čajkovskij ai turisti di San Pietroburgo che affollavano le piazze di Firenze e Roma ogni estate, l’Italia ha occupato un posto speciale nell’immaginario russo. Capire cosa sia successo a questa eredità dopo lo scoppio del conflitto è una domanda che vale la pena prendere sul serio.
Il gelo istituzionale e il crollo dei ponti ufficiali
Sul piano formale, le conseguenze sono state immediate e drastiche. L’Italia ha aderito compattamente al sistema di sanzioni europee, ha sospeso i voli diretti con la Russia, ha congelato rapporti diplomatici di livello intermedio e ha ridotto sensibilmente gli scambi commerciali nei settori non energetici. Università e centri culturali hanno interrotto programmi di scambio. Le ambasciate hanno operato in un clima di tensione crescente. I media italiani, quasi unanimemente, hanno adottato una narrativa di condanna dell’aggressione russa, spesso con toni che — agli occhi di molti cittadini russi — hanno assunto i contorni di un’ostilità indiscriminata verso l’intera nazione, non solo verso il governo di Mosca.
Questo ha prodotto un effetto preciso nell’opinione pubblica russa: la percezione che l’Occidente — e l’Italia con esso — avesse scelto di essere nemico non del Cremlino, ma del popolo russo nel suo insieme. Una distinzione sottile ma cruciale, che ha alimentato risentimento e diffidenza in una parte consistente della popolazione. Secondo diversi sondaggi condotti tra il 2022 e il 2024 da istituti indipendenti russi, la fiducia verso i paesi dell’Unione Europea è crollata, e l’immagine dell’Italia — per quanto ancora legata a connotazioni positive sul piano culturale — ha subito un deterioramento significativo nel contesto politico.
A questo si è aggiunta la questione dei beni confiscati: yacht, ville, conti correnti di oligarchi vicini al Cremlino sequestrati anche in porti e banche italiane. Un gesto che, nel dibattito interno russo, è stato letto non come un’azione mirata contro élite corrotte, ma come un attacco alla Russia in quanto tale.
Cosa è sopravvissuto al conflitto: il legame tra le persone
Eppure, separando il livello istituzionale da quello umano, il quadro cambia in modo sorprendente. I russi che hanno avuto contatti diretti con l’Italia — chi ci ha studiato, chi ci ha lavorato, chi ha stretto amicizie con italiani nel corso degli anni — continuano a distinguere nettamente tra la politica dei governi e le persone. E questa capacità di distinguere è rimasta sorprendentemente intatta anche dopo il 2022.
Chi ha vissuto in Italia racconta di aver continuato a ricevere messaggi di sostegno da amici italiani, di non essersi sentito rifiutato come individuo nonostante la pressione del contesto geopolitico. Molti italiani, dal canto loro, hanno mantenuto relazioni personali, professionali e affettive con cittadini russi, cercando di non sovrapporre la condanna dell’aggressione militare al giudizio sulle persone. È una linea difficile da tenere in un clima di polarizzazione crescente, eppure in molti l’hanno tenuta.
Sul piano culturale, l’interesse dei russi per l’Italia non si è spento. Al contrario, in un momento in cui i viaggi in Europa sono diventati molto più complicati — tra costi dei biglietti aerei aumentati esponenzialmente, difficoltà nell’ottenere visti Schengen e una generale sensazione di non essere i benvenuti — l’Italia continua a essere il paese europeo che i russi citano più spesso quando si parla di dove vorrebbero tornare, o dove sognerebbero di vivere. La lingua italiana è rimasta tra le più studiate nelle scuole di lingue russe. Il cinema, la moda, la cucina, l’architettura: nulla di tutto questo ha smesso di esercitare la sua attrazione.
Come i russi vedono gli italiani oggi: un’affezione che resiste
La domanda più difficile — e forse più interessante — è proprio questa: al netto di tutto, come ci vedono i russi? La risposta, per quanto controintuitiva possa sembrare nel contesto attuale, è che lo sguardo russo sugli italiani non è cambiato in modo sostanziale. Cambiata è la percezione dell’Italia come Stato, come sistema politico allineato a una coalizione percepita come ostile. Ma gli italiani come popolo, come carattere, come modo di stare al mondo, continuano a godere di una considerazione affettuosa e spesso ammirata nella cultura russa diffusa.
I russi tendono a distinguere — con una lucidità che sorprende chi li osserva dall’esterno — tra il governo di un paese e i suoi cittadini. Questa capacità di separazione, affinata da decenni di vita sotto sistemi politici nei quali la gente comune raramente si identificava con le scelte del potere, porta molti russi a non trasferire automaticamente la diffidenza verso l’establishment europeo sull’individuo italiano che incontrano, leggono o ricordano. L’italiano, nell’immaginario russo, resta una figura associata alla bellezza, all’espressività, a una certa generosità disordinata: un’immagine che la geopolitica ha incrinato ai bordi, ma non frantumato nel nucleo.
Questo non significa che non ci siano tensioni, fraintendimenti o ferite aperte. Significa piuttosto che il capitale umano e culturale accumulato in decenni di relazioni reali tra i due popoli ha dimostrato una resilienza che i soli strumenti della politica non riescono né a costruire né a distruggere.
Di questo tema abbiamo parlato con Stefano Tiozzo, documentarista e scrittore con una lunga esperienza diretta tra Italia e Russia, in una puntata di Ocula. Un confronto che ha messo in luce come, al di là delle narrative dominanti, il rapporto tra i due popoli continui a custodire una complessità che vale la pena ascoltare.
Nel video l’intervento integrale.










