Il trabocchetto sul gas azero che incastra Meloni e UE: “Loro non sono invasori?” | Duranti e Bianchi

C’è una domanda che circola tra la gente comune, quella che non frequenta i salotti buoni e non legge le analisi geopolitiche, ma che alla fine del mese si trova il conto dell’energia sul tavolo. La domanda è semplice: perché il governo italiano è andato a comprare gas in Azerbaijan — paese che ha invaso militarmente l’Armenia e si è ripreso il Nagorno-Karabakh con la forza — mentre il gas russo, più economico e già infrastrutturato, resta tabù?

È la domanda che Fabio Duranti e Giorgio Bianchi affrontano ai microfoni di Un Giorno Speciale, partendo da un dettaglio rivelatore: sotto il post ufficiale sul sito di Giorgia Meloni che annunciava la visita a Baku, c’è chi ha chiesto conto di questa scelta. “Sarebbe necessario, come misura di buonsenso, riprendere il gas dalla Russia”, scriveva un utente. “Ci costerebbe cinque volte meno rispetto a quello americano.”

Il Nagorno-Karabakh e il doppio standard

Per capire il paradosso, bisogna fare un passo indietro. Il Nagorno-Karabakh è una regione storicamente abitata da armeni — cristiani ortodossi — che l’Unione Sovietica di Stalin assegnò all’Azerbaijan per ragioni di convenienza politica, creando una frattura destinata a non rimarginarsi. Quando l’Urss è entrata in crisi, quella frattura si è riaperta puntualmente, con cicli di conflitto tra Yerevan e Baku che si ripetono da decenni.

L’ultimo capitolo è recente. Nel 2022, con la Russia impegnata sul fronte ucraino e la sua forza di peacekeeping nell’area di fatto neutralizzata, l’Azerbaijan ha colto l’occasione. “Hanno visto la Russia impegnata su un altro fronte e hanno pensato: hanno da fare”, osserva Bianchi. Prima un’incursione nel territorio armeno vero e proprio — con oltre 7.600 sfollati — poi, nel settembre 2023, un’operazione lampo che ha di fatto liquidato la repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh, sfiancata dal blocco dei corridoi di rifornimento.

Il risultato è che l’Italia oggi compra gas da un paese che ha fatto esattamente quello che viene imputato alla Russia: usare la forza militare per risolvere una questione territoriale. “Noi sull’Ucraina siamo intervenuti a piedi pari”, dice Duranti, “e lì in Azerbaijan no, anzi andiamo col cappello in mano a chiedere quello che dalla Russia non prendiamo a costo più basso.”

Il costo di una scelta ideologica

La questione energetica è il nervo scoperto di tutta la vicenda. Prima del 2022, il gas russo arrivava in Italia attraverso infrastrutture già ammortizzate, a prezzi che oggi sembrano appartenere a un’altra era. “Mentre dalla Russia c’era il Nord Stream — quindi zero aggravi per l’ambiente, ti arriva direttamente a casa a un quinto del prezzo”, ricorda Duranti. Oggi quella strada è chiusa, e il conto lo pagano le famiglie italiane con bollette che in certi casi hanno raddoppiato o triplicato i valori pre-guerra.

Non è solo una questione di numeri. È una questione di coerenza. Bianchi ricorda che l’Europa era formalmente garante degli accordi di Minsk, quelli che avrebbero dovuto regolare la situazione nel Donbass e scongiurare l’escalation. Poi, per stessa ammissione di Angela Merkel e François Hollande, è emerso che quegli accordi erano stati usati deliberatamente per prendere tempo e riarmare l’Ucraina. “Noi dovevamo essere garanti”, dice Bianchi, “e poi scopriamo che erano serviti solo a quello.”

La gente e la politica

Quello che emerge dalla discussione non è né filo-russo né filo-azero. È qualcosa di più prosaico e forse più onesto: la richiesta di una logica comprensibile, di criteri che valgano per tutti e non vengano applicati a geometria variabile a seconda delle convenienze del momento. “Io non sono né filo russo né filo niente”, dice Duranti. “Io vorrei soltanto che la bolletta che mi arriva fosse più bassa. Quella che pagavamo nel 2020, nel 2021.”

È la stessa frustrazione che, secondo lui, rischia di avere conseguenze elettorali imprevedibili: una cittadinanza delusa che o non vota o vota per dispetto, con risultati che nessuno riesce davvero a controllare.

Bianchi chiude con un’immagine che vale più di mille analisi: la tennista ucraina Marta Kostiuk che si rifiuta di stringere la mano all’avversaria russa al termine di una partita. Gesto comprensibile, in apparenza. Salvo scoprire che la Kostiuk ha la residenza a Montecarlo. “L’ipocrisia di tutta questa situazione”, dice Bianchi, “è tutta lì.”