Celebrare la grandezza del fuoriclasse Sinner, i suoi pregi tecnici, la capacità di andare oltre determinati limiti fisici contingenti sarebbe ormai superfluo, visto che ciò che realizza lui a livello di cronaca sportiva si tramuta istantaneamente in storia, storia non solo del tennis ma dello sport italiano in generale.
Per quanto riguarda la vittoria di ieri agli Internazionali, attesa da mezzo secolo, va rimarcato che i più bei successi dei fuoriclasse sono quelli ottenuti quando non sono al meglio della condizione, ossia quando fanno brillare le proprie doti e quella speciale capacità di svettare psicologicamente sopra alcune difficoltà fisiche.
Questo preambolo per mettere in luce un aspetto diverso, colto durante la cerimonia di premiazione: un vero e proprio dato culturale in controtendenza rispetto a una filosofia individualista (non semplicemente individuale) sempre più imperante: Sinner ogni volta che vince dà l’impressione, in ringraziamenti non di rito ma specifici e analitici nella gratitudine durante i quali non dimentica alcun componente del suo staff, di essere uno che fa uno sport individuale ma che mette sempre davanti la “squadra”; ci colpisce e ci conforta soprattutto perché abbiamo spesso a che fare con gente che pratica uno sport di squadra ma parla e prima ancora ragiona sempre più frequentemente in modo individuale.
Non alludiamo soltanto a professionisti milionari in Euro, perché la questione comincia con i ragazzini, non solo nel calcio, con la competitività “compensatoria” alla quale li forzano parecchi genitori. Eccola, la lezione di Sinner, oltre l’acclarata grandezza di un fuoriclasse epocale. Facciamoci caso, perché non ci siamo abituati.










