Hormuz, lo scenario di Demostenes Floros ▷ “Può durare tutta l’estate, e per noi la mazzata è doppia”

Lo stretto di Hormuz è chiuso e le conseguenze per l’Italia — e per l’Europa intera — rischiano di essere ben più profonde e durature di quanto il dibattito pubblico stia ammettendo. A fotografare la situazione è Demostenes Floros, responsabile energia del Centro Europa Ricerche (CER), che costruisce la sua analisi su dati recenti e sugli scenari elaborati dall’Oxford Institute for Energy Studies.

I numeri della crisi

Le riduzioni delle forniture petrolifere transitanti da Hormuz hanno raggiunto a marzo 7,5 milioni di barili al giorno, saliti a 9,1 milioni nella prima decade di aprile, su un consumo mondiale di poco più di 100 milioni di barili quotidiani. A questa si aggiunge il blocco del gas naturale liquefatto: dallo stretto transitano 115 miliardi di metri cubi annui, provenienti soprattutto dal Qatar, uno dei principali fornitori italiani di GNL. La situazione catariota è particolarmente grave: “Per i prossimi 3-5 anni con ogni probabilità non riceveremo gas naturale liquefatto dal Qatar. Non è un problema momentaneo, ma di medio-breve periodo”, ci spiega Floros in diretta. L’Italia è particolarmente esposta, con una dipendenza energetica del 75%, che sale al 90% per il petrolio e al 95% per il gas naturale.

Tre scenari, uno peggiore dell’altro

L’Oxford Institute ha delineato tre ipotesi. Quella ottimistica si starebbe già chiudendo, perché anche a guerra finita “servono delle settimane per poter riaprire lo stretto: la fine della guerra non equivale alla riapertura, non sta scritto da nessuna parte.” Il secondo scenario ipotizza una chiusura per tutta l’estate. Il terzo prevede un anno di blocco con derive verso “quella situazione che gli economisti definiscono caratterizzata da crescita nulla, se non da recessione, e da alta inflazione”. Uno scenario “che nessuno si augura”.

Il dato che nessuno sta dicendo

Floros introduce poi un elemento quasi inedito nel dibattito: “Mi assumo la responsabilità di quanto sto per dire: sarebbero ben 106 gli impianti riconducibili all’oil and gas di Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Qatar, Bahrain e Oman che sono stati colpiti dall’inizio del conflitto. Non si tratta della chiusura momentanea dello stretto, ma di distruzione della capacità produttiva, le cui conseguenze non sono note.”

A questo si aggiunge un segnale allarmante dal mercato industriale: “Da marzo la Siemens, quando fornisce il prezzo di un proprio impianto, dà la validità del prezzo per 30 giorni. Questo è un dato non conosciuto e a mio avviso gravissimo, che spiega molto bene in quale situazione potenzialmente grave ci siamo cacciati”.

L’analisi a Un Giorno Speciale con Giorgio Bianchi.