Arriva il conto di Hormuz: doppio rialzo dei tassi completamente rovesciato su famiglie e imprese

L’inflazione torna a fare paura. Stavolta la scintilla arriva dall’area mediorientale — le tensioni nello Stretto di Hormuz, il conflitto nella regione iraniana e le sue inevitabili ripercussioni sui mercati energetici — e la Banca Centrale Europea risponde come sempre sa fare: alzando i tassi.

Un sondaggio di Bloomberg rivela che gli analisti prevedono un doppio rialzo nel 2026: due aumenti da un quarto di punto ciascuno, il primo a giugno, il secondo a settembre. Segnali chiari, in arrivo in tempi brevi.

Lo shock energetico allontana la stabilità

Gli esperti stimano che l’inflazione nell’eurozona accelererà fino al 2,9% — ben oltre il target di stabilità del 2% che tanto interessa ai mercati finanziari. Di conseguenza, le stime di crescita del PIL per il 2026 sono state riviste al ribasso, all’0,8%. Un dato magro, che non lascia margini di errore.

Se i prossimi dati di giugno dovessero confermare o aggravare le pressioni sui prezzi, l’inasprimento monetario potrebbe rivelarsi ancora più deciso. Sul fronte opposto, la prima ipotesi di allentamento — ovvero un taglio dei tassi — slitta a marzo 2027, non prima, e sempre con un occhio di riguardo alle spinte inflazionistiche dell’ultimo trimestre dell’anno.

«Se il costo del denaro aumenta, aumentano i tassi, aumentano i prezzi dei beni e dei servizi, e il conto arriva — puntuale — sia sul tavolo delle famiglie sia su quello delle imprese.»

Vale la pena spiegarlo con chiarezza, perché spesso si dà per scontato. Quando la BCE alza i tassi, le banche trasmettono quel costo al sistema: aumenta il costo del credito per le imprese, salgono i tassi sui mutui, sul leasing, sui finanziamenti a breve termine. Le aziende vedono crescere i costi delle materie prime e dei servizi che acquistano, e per mantenere i margini li ribaltano sui propri clienti. Risultato: l’inflazione si autoalimenta, e chi ne paga il prezzo più alto sono sempre gli stessi — famiglie e piccole imprese.

Finanza sì, ma dov’è l’economia?

Eppure continuiamo a parlare quasi esclusivamente di finanza. Tassi, spread, proiezioni degli analisti. Sono reduce da tre giorni di convegno dedicato all’economia nella mia università a Roma, e lì le conversazioni erano radicalmente diverse: si parlava di impresa, del rapporto tra università e sistema produttivo, delle esigenze concrete delle piccole e medie imprese italiane. La finanza era presente, certo, ma come strumento — non come fine.

È una differenza che conta. Perché se ci limitiamo a guardare il termometro dei mercati, rischiamo di perdere di vista il paziente: le migliaia di PMI che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana e che, in un contesto di tassi crescenti e domanda compressa, si trovano a operare senza reti di protezione.

I numeri della BCE e di Bloomberg dicono qualcosa di preciso sul 2026. Ma la vera domanda — quella che sento troppo raramente — è: chi tutela chi produce?

Valerio Malvezzi, 25 maggio 2026