È ormai noto come le terre rare siano elementi fondamentali per la transizione energetica. Questi materiali sono indispensabili per lo sviluppo di tecnologie chiave come le turbine eoliche, i motori elettrici e le batterie, grazie soprattutto alle loro eccezionali proprietà magnetiche e conduttive. Elementi come il neodimio e il praseodimio rientrano tra le cosiddette terre rare “leggere”: sono relativamente più comuni e più facili da estrarre.
Diverso è il caso di elementi come il disprosio e il terbio, classificati come terre rare “pesanti”. Queste sono più preziose e meno diffuse, ma il loro nome può trarre in inganno: non sono così rare in natura quanto difficili da estrarre e, soprattutto, da raffinare. È proprio questa complessità che ha generato una forte dipendenza globale — e in particolare europea — da pochi Paesi produttori, primo fra tutti la Cina.
Per ridurre questa dipendenza, l’Europa e il resto del mondo stanno cercando soluzioni alternative, puntando sul riciclo e su nuove fonti di approvvigionamento. Tuttavia, i dati restano sorprendenti: oggi meno del 40% dei rifiuti contenenti terre rare viene effettivamente riciclato.
Ma di quali rifiuti parliamo? I rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) comprendono una vasta gamma di prodotti: dai grandi elettrodomestici come lavatrici, frigoriferi e stufe elettriche, ai dispositivi informatici come computer, smartphone, tablet e hard disk. Vi rientrano anche i piccoli elettrodomestici, come aspirapolveri, oltre a videocamere, lampade fluorescenti, pannelli fotovoltaici e dispositivi medicali.
Le terre rare costituiscono un gruppo di 17 metalli dalle caratteristiche uniche, ormai indispensabili per la vita moderna. Senza di esse non avremmo auto elettriche, turbine eoliche, computer o smartphone. Sono, a tutti gli effetti, i mattoni invisibili della transizione energetica: piccoli metalli che fanno funzionare il mondo contemporaneo in silenzio, ma con una forza straordinaria.
Itelyum Regeneration
E se esistessero miniere in cui non è necessario scavare? Luoghi dove i veri giacimenti sono fatti di competenze, ricerca e innovazione, capaci di estrarre ciò che la natura non ci offre facilmente. È il caso di Itelyum Regeneration, a Ceccano, in provincia di Frosinone: un impianto pilota in cui si sviluppa il progetto Itelyum Inspiree, uno dei programmi di ricerca più avanzati in Europa nel campo del recupero delle terre rare dai magneti permanenti.
Il progetto Inspiree, dopo una fase pilota durata circa due anni (dal 2023 al 2025) e conclusa con successo, è oggi in grado di trattare ogni anno circa 2.000 tonnellate di polveri di magneti, producendo 500 tonnellate di ossidi misti di terre rare. Non a caso, è stato riconosciuto dalla Commissione Europea come uno dei quattro progetti strategici italiani nell’ambito del Critical Raw Materials Act.
Il neodimio, ad esempio, è presente in moltissimi dispositivi di uso quotidiano. Ma dove viene estratto principalmente? In Cina. E spesso, paradossalmente, lì ritorna. Molti dispositivi che lo contengono, invece di essere correttamente raccolti e riciclati, finiscono nei rifiuti ferrosi e vengono rispediti proprio in Cina, dove le tecnologie di estrazione sono più avanzate.
Oggi, però, anche l’Italia ha imparato a fare la sua parte. Grazie all’intuizione del professor Vegliò dell’Università dell’Aquila, sono stati sviluppati innovativi processi idrometallurgici che consentono di recuperare efficacemente le terre rare dai rifiuti, trasformando un problema ambientale in una risorsa strategica per il futuro.
Ad Astrea abbiamo approfondito con i diretti responsabili: nel video l’intervista di Rosanna Piras.










