Per primi si accorsero del suo lavoro i giornalisti di Time: curare un paziente al sopraggiungere dei sintomi è un gesto rivoluzionario nel 2020 del virus di Wuhan, per questo Luigi Cavanna, primario oncoematologo di Piacenza, è saltato all’occhio della stampa d’oltreoceano. Un successo che non è stato eguagliato in Italia, dove invece le famigerate cure precoci a casa hanno conosciuto un’inquisizione come non se ne vedevano da secoli da parte di media e istituzioni: trial significativi mai fatti, anzi, si è promossa anche una sorta di avversità ad un certo punto verso la medicina di territorio che continua a non conoscere armistizi da parte delle principali istituzioni politiche.
Eppure un gran peccato c’è, perché oltre a far aspettare malati oncologici fuori dagli ospedali la beffa è che molti posti potrebbero essere liberati grazie a un protocollo domiciliare. Protocollo che in due anni avrebbe potuto fare passi da gigante. Chi lo sostiene, ai microfoni di Stefano Molinari, è proprio Luigi Cavanna.

Due anni per la medicina è un tempo enorme: cambiano tantissime conoscenze, cambiano strategie di cura. In due anni un po’ di ricerca scientifica fatta su nuove terapie, su nuovi approcci e sul territorio avremmo potuto farla, invece ci troviamo ancora con gli ospedali in difficoltà e coi reparti di chirurgia trasformati in reparti covid. Questo non va bene, perché i malati più fragili, come gli oncologici, hanno bisogno di essere tutelati.

Non è che noi possiamo pensare di dare una risposta così ospedalocentrica ad una malattia infettiva così diffusa. Del resto stiamo vedendo che i risultati poi sono negativi.
Sulle terapie domiciliari a parole si dicono tante cose, poi però nei fatti si è davvero fatto poco. Inoltre c’è molta disomogeneità nel nostro paese: in alcune realtà le cosiddette USCA vanno nelle case con medici e infermieri equipaggiati, fanno ecografie e prendono in carico il paziente; in altre sono frammentarie o addirittura non esistenti. Questa, da medico e da cittadino, mi sembra davvero una contraddizione in termini.

Il grande pubblico va informato: mentre parliamo di Covid – ed è giusto parlane – si trascura però totalmente un’altra tipologia di malati. A dicembre, novembre e ottobre 2019 gli ospedali non erano mica vuoti, erano pieni. Quei malati dove sono finiti? Sono guariti tutti? Non ci sono più malattie?
un sistema sanitario che si dice universale e per tutti, di fronte al Covid sta davvero manifestando grosse difficoltà: vuol dire che abbiamo pazienti non trattati allo stesso modo, pazienti che perdono dei diritti. Se oggi un italiano ha un infarto, vuole fare un intervento chirurgico e trova un ospedale pieno di altri pazienti sicuramente perde delle possibilità di guarigione.
Ogni giorno nel nostro paese si ammalano più di mille persone di tumore. Basta pensare a questo
“.

“La mia strategia per curare a casa”

Carenza di personale per curare a domicilio? Il modello che propongo è questo: medici di famiglia, medici USCA e medici ospedalieri, lavorano in modo multiprofessionale (modello che abbiamo già provato). Il paziente da casa, attraverso la cosiddetta telemedicina, manda le informazioni al collega più esperto in ospedale che vede gli esami e gli può mandare la strategia di cura“.

Una questione ideologica

Di solito nelle condizioni di difficoltà viene fuori il meglio e il peggio delle persone. Io facendo il medico ho maturato questa condizione: la tolleranza verso chi la pensa diversamente, chiedersi se magari l’altra parte ha ragione. Se il Covid è una guerra, la guerra si combatte con l’aviazione, coi paracadutisti e coi carri armati. Una singola strategia non è vincente mai. Noi abbiamo imparato dalla medicina che più c’è un attività multiprofessionale, migliori sono i risultati. Dalla cura dei tumori abbiamo imparato che più specialisti si mettono attorno allo0 stesso paziente, più è superiore l’esito finale della guarigione: questo ormai è condiviso in tutto il mondo“.