La grazia a Nicole Minetti: “Ecco chi poteva fermarla e non l’ha fatto” | Con Carlo Iannello

Tra tutte le vicende giudiziarie e politiche che hanno attraversato l’Italia negli ultimi anni, quella della grazia concessa a Nicole Minetti si distingue per una caratteristica precisa: non è tanto la decisione in sé a fare scandalo, quanto la totale assenza di cautela da parte di chiunque avrebbe potuto – e dovuto – fermarsi a riflettere.
In diretta abbiamo analizzato la questione con Carlo Iannello.

Una grazia che non doveva arrivare in fondo

L’istituto della grazia presidenziale nasce per rispondere a situazioni straordinarie: errori giudiziari, malattie terminali, percorsi di redenzione documentati e verificabili. Non è uno strumento pensato per alleggerire la posizione di personaggi pubblici noti, al centro per un decennio di cronache giudiziarie, politiche e di costume, che peraltro non avevano ancora scontato un solo giorno di carcere.

Nicole Minetti era ai servizi sociali, non in cella. La sua condanna, per quanto definitiva, non prevedeva la detenzione. Eppure qualcuno ha ritenuto opportuno avanzare una richiesta di grazia, e quella richiesta ha percorso tutti i gradi istituzionali previsti senza che nessuno sollevasse un’obiezione sostanziale.

Il motivo addotto era di natura umanitaria: il figlio minore necessitava di cure mediche negli Stati Uniti, e la madre non poteva accompagnarlo restando vincolata ai servizi sociali. Un argomento comprensibile in astratto. Peccato che una semplice telefonata al San Raffaele — l’ospedale di riferimento — avrebbe potuto verificare immediatamente la reale necessità di un viaggio prolungato in America. Quella telefonata non è stata fatta. O almeno, non da chi avrebbe dovuto farla prima di approvare la grazia. L’ha fatta, invece, una giornalista del Fatto Quotidiano, dopo.

Il percorso della grazia: chi poteva dire no e il ruolo della stampa

La procedura per la concessione della grazia presidenziale prevede almeno tre livelli ai quali la richiesta poteva essere fermata: il Procuratore della Repubblica, che istruisce il fascicolo; il Ministero della Giustizia, che valuta la proposta; la Presidenza della Repubblica, che dispone di consiglieri giuridici di altissimo profilo. I numeri del Quirinale parlano chiaro: 35 grazie concesse a fronte di 1.342 rigetti e oltre 1.100 archiviazioni. Se la macchina è in grado di filtrare così tanti casi, come ha fatto a non filtrare questo?

Quando la richiesta riguarda una delle persone più riconoscibili dell’ultimo decennio della vita pubblica italiana, le cautele dovrebbero moltiplicarsi, non ridursi. Chiunque, a qualsiasi livello della procedura, sapeva esattamente di cosa si stava occupando. Questo rende difficile liquidare l’accaduto come una semplice distrazione burocratica.

La stessa stampa che ha accolto con entusiasmo la grazia si è poi ritrovata a commentarla con indignazione non appena è diventato utile per attaccare questo o quel protagonista istituzionale. Come ha fotografato Travaglio sul Fatto Quotidiano, chi aveva applaudito si è trasformato rapidamente in critico feroce. Il punto non è difendere nessuno: è che tutti avevano gli strumenti per fare meglio, e nessuno li ha usati.

Cosa resta

Restano domande aperte: chi ha avanzato la richiesta, con quale spinta, e perché nessuno in nessun passaggio ha sollevato un’obiezione. Non si tratta di alimentare teorie del complotto, ma di pretendere trasparenza su una decisione presa in nome dei cittadini. La cautela non è un optional. In questo caso è mancata, e non è accettabile che manchi nel silenzio.