Tutti contro Denis. Ma votano come lui

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Il meno verdiniano dei senatori Pd è Walter Tocci: nell’Aula di Palazzo Madama, su 1.373 scrutini, ha votato in modo identitco all’ex plenipotenziario del Cav solo il 91,9% delle volte. Questo per dire la questione Ala sia usata in modo abbastanza strumentale dalla minoranza Dem. È infatti dall’inizio della legislatura che i senatori del Pd e Denis Verdini votano alla stessa maniera, ma se ne ricordano solo quando questo serve per attaccare Matteo Renzi.

I contraccolpi della fiducia al governo votata da Verdini e dai suoi senatori iniziano comunque a farsi sentire all’interno del Pd. Non si tratta del merito del ddl Cirinnà, che ora veleggia verso le acque sicure della Camera, dove da solo il Pd ha numeri schiaccianti. Si tratta piuttosto del fatto che Ala, complice anche qualche indiscrezione sui giornali, viene percepita sempre più come terza gamba dell’esecutivo. Parte integrante della maggioranza, secondo Forza Italia e soprattutto la minoranza interna dei democratici, e sufficientemente ingombrante da cambiarne la natura, la «ragione sociale del Pd».

Ecco allora Roberto Speranza, esponente di spicco della sinistra interna al partito di maggioranza relativa, che verso mezzogiorno si incontra con i giornalisti a Montecitorio. E non usa mezzi termini: «È chiaro che il voto di fiducia di giovedì costituisce un cambiamento del perimetro della maggioranza. Un fatto molto grave». Pertanto è necessario a questo punto che si svolga «una discussione vera sull’identità del partito» e per questo «chiediamo un congresso anticipato». Assise che, da statuto, potrebbero svolgersi tra il prossimo dicembre fino addirittura al novembre del 2017. Troppo tardi, vista l’urgenza che denuncia Speranza: «No ad un patto organico con residui del berlusconismo. Il nostro popolo deve pronunciarsi. Noi non vogliamo Verdini e i verdiniani in maggioranza mentre se continua così ce li avremo in casa».

Inutile dire che la prospettiva non piace al gruppo dirigente del partito. Per tutti interviene Deborah Serracchiani, vicesegretario Dem, che prima rassicura e poi attacca. «Il gruppo di Verdini non c’entra nulla con il Pd, non fa parte del nostro partito e mai ne farà parte», esordisce. Ma poi aggiunge: «L’unico a tenere quotidianamente insieme il Pd e Verdini è proprio Speranza, che insegue i propri fantasmi o forse più semplicemente le dichiarazioni dei Cinque Stelle e di Forza Italia. Forse, più che al congresso del Pd vuole candidarsi a segretario di Ala? Sicuramente avrebbe più chance. Se invece vuole candidarsi segretario del Pd si accomodi, ci metta la faccia al prossimo congresso. Vedremo chi vincerà e chi perderà».

Parole, quelle della Serracchiani, che suonano come una sfida e annunciano l’inizio della resa dei conti interna. La sinistra Pd infatti non si accontenta delle rassicurazioni della Serracchiani e incalza. Miguel Gotor parla di «gioco delle parti imbarazzante»: «Mi stupisce che Debora Serracchiani preferisca prendersela con Roberto Speranza, che ha posto un problema serio che riguarda l’identità e la prospettiva del Pd e del centrosinistra, invece di dire con chiarezza di non volere i voti di Verdini a sostegno della maggioranza e quelli di Cuffaro nel partito. Che il vicesegretario del Pd si sia sentita in dovere di precisare che Verdini mai farà parte del nostro partito la dice lunga di quanto ormai sono avanti con i lavori. Evidentemente, a parte l’iscrizione di Verdini al Pd, tutto il resto è già incluso e programmato in un gioco delle parti sempre più prevedibile e imbarazzante per tanti iscritti ed elettori del Pd che devono potersi esprimere in un congresso anticipato». Ma Gotor in Senato cos’ha fatto in tre anni di legislatura? Ha votato in modo indentitco a Verdini nel 98,9% dei casi.

Lo stesso discorso vale per la senatrice Lucrizai Ricchiusti: i suoi voti sono stati uguali a quelli del leader di Ala il 95,4% delle volte. Eppure si lamenta così: «Il voto dei verdiniani con la dichiarazione del capogruppo Barani, secondo cui il loro voto non è solo tecnico ma anche politico, cambia la maggioranza di governo. Gli elettori e gli iscritti del Pd si chiedono che cosa c’entriamo noi con Verdini e il suo gruppo Ala, trasformisti e conservatori che niente hanno a che fare con la nostra storia e i nostri valori. Non è sufficiente che qualche dirigente dica il contrario, anche perché i posti nelle presidenze al senato glieli ha assicurati la maggioranza del Pd e non lo Spirito Santo. Allora ben venga il congresso che chiami il nostro popolo a una discussione genuina e sincera su come debba essere una forza politica che si richiami ai valori del centrosinistra, senza opportunisti e retrogradi che ne snaturino i connotati».

Anche Davide Zoggia va giù duro e spiega come da Verdini siano arrivate «modifiche peggiorative» al ddl Cirinnà. E pazienza che i suoi colleghi da tre anni votino come Verdini. I dati di OpenPolis sono qui a dimostrarlo, anche se bisogna sottolineare come all’inizio della legislatura Verdini sostenesse il governo Letta insieme a tutto il Pd all’epoca unito. «Ma – obietta Zoggia – all’epoca non c’era alternativa possibile al Senato. Poi, con l’uscita di Ncd, Verdini era rimasto fuori la maggioranza e ne era ancora fuori al momento in cui Renzi ha preso il posto di Letta. Ora, con il voto di fiducia, rientra e se ne vanta pubblicamente. E Renzi non smentisce. Non è questione solo di schieramento, ma di sostanza: ora si fa un passo indietro sulle unioni civili. Domani si discuterà insieme cosa modificare nel decreto sulle banche?».

Il Tempo