Curdi al contrattacco, Kobane è libera

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Free Kobane. Kobane è libera. La foto-simbolo scattata da un telefonino si diffonde alle prime ore dell’alba. Sullo sfondo una collinetta brulla e un soldato che sventola una bandiera gialla, verde con al centro una stella rossa. La bandiera curda. Il lugubre vessillo del Califfato, total black come la disperazione che ha seminato in Siria e Iraq, viene finalmente sostituito. Ci sono voluti quattro mesi di furiosi combattimenti per cacciare indietro i jihadisti e quasi 1600 morti. Quella collinetta situata a ridosso del confine turco, conosciuta col nome di Kaniya, è destinata a diventare l’emblema di una lotta planetaria che va ben oltre i confini geografici della regione. Primo perché è la prima vittoria sui tagliagola dell’Isis, che con metodi brutali stanno imponendo la sharia, cacciando dalle proprie case cristiani e altre minoranze, in Siria e Iraq, stuprando donne, vendendole, costringendole a conversioni forzate. Secondo perchè a Kobane le donne hanno dimostrato al mondo islamico un coraggio e un eroismo senza pari. Gli angeli di Kobane: soldatesse dai volti fieri, sorridenti, in mimetica, pronte a neutralizzare il pericolo jihadista nella piccola enclave diventata simbolo della resistenza anti-Isis (anche per il rifiuto turco di aiutare militarmente i partigiani curdi). Sono state loro ad aver dato filo da torcere ai miliziani del Califfato.
AVAMPOSTO

L’immagine della collinetta arriva in Italia grazie a un giornalista curdo, Adib Fateh che ha puntualmente raccontato come è stata la resistenza in quell’avamposto accerchiato, dove si lottava per difendere i valori della convivenza. Interi quartieri non esistono più, sbriciolati sotto le bombe ma le milizie jihadiste sono state cacciate indietro da centinaia di ex studentesse, madri di famiglia che si sono unite volontariamente alla brigata femminile. Su Twitter i loro profili sembrano interrogare a distanza le coetanee che vivono in Occidente. Pervin Kobani, 19 anni, figlia di un agricoltore, per esempio, dice di essersi arruolata per fermare i terroristi.
La percentuale di coloro che hanno combattuto nelle file dell’Ypg/Ypj (Unità di Protezione Popolare) è alta. Jacques Beres, fondatore di Medecin sans frontieres, ne è testimone diretto: quasi la metà dei feriti operati a seguito di esplosioni era costituito da donne. «Una caratteristica unica nella regione visto che la società curda porta avanti una visione in contrasto con la misoginia e l’integralismo imposti dai seguaci del Califfato». Il reggimento femminile dei peshmerga resta uno dei punti di forza della difesa del Kurdistan iracheno, dal 1996, quando venne creato con appena 11 reclute dall’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani per sottolineare la volontà di integrare le donne nel nascituro Stato. Ora il reggimento conta quattro battaglioni, con un comandante per brigata e un corpo ufficiali fino al grado di colonnello.
LE DONNE COMANDANTI

Oggi è difficile immaginare una rivoluzione curda senza la presenza delle donne in prima linea. Unirsi ai Ypg è per tutti una forma di liberazione. Le giovani combattenti che entrano nel Ypj (l’unità di difesa del popolo curdo composto solo da donne) vengono addestrate dalle donne comandanti. Vengono descritte molto coraggiose in battaglia, non abbandonano mai il fronte, anzi preferiscono morire piuttosto che finire in mano al nemico. La battaglia contro l’Isis ora si è spostata alle porte di Mosul. Il Califfato non si arrende. Intanto sul web vengono ricordate alcune delle ragazze cadute, come Zahra Jiysham, una studentessa ventenne che sprizzava energia e bellezza. Una martire. E Twitter le rende omaggio.

Il Messaggero