Nel 1928 Edward Bernays pubblicava Propaganda, saggio fondativo delle moderne relazioni pubbliche, dedicato alla costruzione del consenso nelle società di massa. Da allora sono cambiati i mezzi, dalla radio al cinema, dalla televisione ai social network, ma la domanda è rimasta la stessa: come si forma l’opinione pubblica quando un Paese è chiamato a schierarsi in un conflitto?
Vittoria mutilata
“È questa la civiltà che vogliamo? Perché questo noi stiamo vedendo anche dalla classe politica che purtroppo ci sta governando. <<Vinceremo>>. Ma vinceremo che vuol dire? <<Fino alla vittoria noi andremo avanti>>?”. Così Fabio Duranti, in apertura di Un Giorno Speciale. “State decimando quelli che nel futuro ci dovranno aiutare a vivere, a vivere la nostra vecchiaia“
Dalla radio ai social
Per Giorgio Bianchi il meccanismo è quello descritto da Edward Bernays: “Non è che i popoli a un certo punto si inventano il nazismo. C’è un lavoro, un lavoro fatto nel tempo con la propaganda”. E ancora: “La propaganda funziona così: era la medicina incartata nella caramella, un po’ di musica, un po’ di intrattenimento, e poi il discorso del Führer, e la gente lo ascoltava“. Oggi il testimone passa ai social network: “I social network hanno il compito fondamentale di creare delle bande“. Il risultato: “E quindi tu ti ritrovi una tifoseria da una parte, una tifoseria da un’altra parte, e ritorni a quello che diceva Bernays: il sistema funziona meglio se è binario“.
Ascolta l’analisi a Un Giorno Speciale | 28 Ottobre 2026










