Manlio Dinucci sulle proteste anti caro vita ▷ “Non è più censura: siamo all’illusionismo mediatico”

Colonne di tir ai caselli, trattori davanti ai depositi di carburante, varchi portuali bloccati. Dall’11 ottobre trattori e mezzi pesanti sono scesi in strada in diverse zone del Sud, e la mobilitazione è arrivata anche al porto commerciale di Napoli, con presidi segnalati pure agli ingressi di Potenza, mentre secondo il Mimit il gasolio resta a 2,257 euro al litro in città e a 2,297 in autostrada.

In Puglia i cancelli della raffineria Eni di Taranto, snodo strategico per tutto il Meridione, sono rimasti presidiati per oltre quattro giorni. Nelle stesse ore, dopo un weekend che ha visto Milano, Bologna e Torino teatro di guerriglia urbana, il governo ha portato in Consiglio dei ministri un decreto che prevede altri 500 militari a Milano, autorizzati ad agire come forze di polizia per tre mesi, mentre Mattarella ha condannato le violenze (“inaccettabili”).

Tra i tanti striscioni, su un camion ne appare uno eloquente. Per Manlio Dinucci sta lì il senso della protesta: “Fermiamo i mezzi per far partire i nostri diritti. Mi sembra chiarissimo. Ci sono migliaia di autotrasportatori e di agricoltori, cioè settori chiave della nostra economia e del funzionamento della nostra vita quotidiana, in sciopero, in protesta. Un altro striscione dice: col gasolio alle stelle l’agricoltura si ferma. Ed è tutto il Meridione: la Puglia, la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Basilicata. Mi risulta che anche a Roma, vicino alla stazione Termini, ci siano già i primi presidi”.

Il Sud si ferma, la tv guarda altrove

Una mobilitazione di queste dimensioni, eppure quasi invisibile. “Ce lo dice uno striscione molto efficace di queste grandi manifestazioni: i telegiornali non ne parlano. Semplicissimo, non c’è bisogno di molti arzigogoli. I telegiornali però parlano di altre cose: atteso il decreto al Cdm, a Milano militari con funzioni di polizia. Per quale ragione? Perché ci sono violenze inaccettabili, lo dice Mattarella. Da parte di chi? Da parte degli studenti”.

Il quadro però è molto più complesso di quello che arriva sugli schermi. “Ci sono grandi manifestazioni studentesche in corso di cui nessuno parla, né si parla delle loro vere ragioni. Poi ci sono le scene di alcune decine di ragazzi, e qui stiamo attenti: da un lato c’è un po’ di romanticismo, faccio la rivoluzione, mi ribello, vado a spaccare una vetrina. Può essere, ma dentro ci sono le mani lunghe, questo è sicuro. Servono a fare spettacolo, a sfondare le vetrine dei negozi. Sono gruppi ristrettissimi e non si capisce nemmeno come mai venga permesso loro di agire. Non sono un tecnico e non posso dire cosa devono fare le forze dell’ordine, ma non è possibile. Tutto questo serve a fare spettacolo e soprattutto a deviare l’attenzione dalle grandi manifestazioni studentesche”.

Fondi alle scuole, no alle armi

Dalle piazze, intanto, arrivano parole d’ordine che raccontano un’altra storia. “Vi dico solo due slogan apparsi nelle molte manifestazioni. Uno dice: «Fondi alle scuole, no alle armi». Un altro: «Per il diritto allo studio, per il futuro, per tutto: noi la guerra non la paghiamo». A me personalmente riempie il cuore vedere dei giovani consapevoli. Hanno capito, ma non ce li fanno vedere. E chi fanno vedere? I pochi che sfondano le vetrine, e ora chiamano addirittura l’esercito per affrontarli. Ecco il grande spettacolo, che io chiamerei di illusionismo”.