Diverse in tutto: dalla gestione della palla a quella degli spazi, passando per la filosofia che guida l’impostazione; dunque speculari – nell’accezione corretta del termine, però molto simili per un aspetto: la ferrea volontà di imporre all’avversario la propria identità calcistica.
Spumeggiante la Francia, con la coralità in cui sono incastonati i suoi solisti; certosina la Spagna nel lavorare ai fianchi le certezze delle squadre che affronta, fino ad approfittare del momento giusto per affondare il morso.
Chirurgica traiettoria di Oyarzabal dal dischetto, sinistro a mezz’aria con Maignan che vola dalla parte giusta ma solo per sentire più da vicino il fremito di rete alle sue spalle. Da un calcio scomposto di Digne a Yamal in area nasce il vantaggio spagnolo.
Verso la fine del primo tempo, gli spagnoli si prendono anche il lusso di un fraseggio delizioso, che avvolge l’area francese e in un reticolo di passaggi arriva a terrorizzare Maignan.
Rodri e compagni danno l’impressione di ipnotizzare prima il pallone, poi gli avversari, inducendo una frustrazione che sfocia nell’aggressività dei tacchetti, vedi ammonizione di Rabiot.
A metà contesa, Spagna pressoché perfetta; Francia depotenziata e poco riconoscibile.
Sì ma Mbappé?
Echeggia l’interrogativo nel catino di Dallas.
A ridosso dell’ora di gioco, ha cominciato a lampeggiare la spia di Yamal sulla corsia francese di sinistra, sempre con Digne in affanno e con la Spagna in crescente autocompiacimento tecnico. Non si ha il tempo di chiedersi cosa potrà inventarsi Deschamps che arriva il raddoppio iberico: spondina di Dani Olmo dal cuore della lunetta e Pedro Porro.
E poi? Poi la Francia sussulta, Deschamps scuote la testa e vagisce qualche lamentela, ma la partita continua a dormire cullata da un flamenco dolce, mentre negli occhi del pubblico francese si legge una presa di coscienza: i Bleus sono finiti in una prigione dalle sbarre invisibili.
Paolo Marcacci, 14 luglio 2026










