Gli evasori che non si trovano: recuperati appena 400mila euro in due anni dal nuovo redditometro

Oggi voglio fare una piccola deviazione e parlare di redditometro. Quello nuovo, quello introdotto dal governo Meloni nell’estate del 2024, si è rivelato un fallimento operativo. Lo dice la Corte dei Conti, che ha certificato la scarsa efficacia dello strumento nel 2025: su 923 accertamenti effettuati dall’Agenzia delle Entrate, oltre due terzi hanno riscontrato un’evasione nulla. Su quasi un migliaio di controlli, due terzi non hanno trovato niente.

Abbiamo mosso risorse, persone, denaro pubblico, macchina dello Stato, per produrre incassi pari ad appena 400.000 euro. Una cifra ridicola, a fronte dello sforzo impiegato. E questo nonostante il correttivo introdotto ad agosto 2024, che ha fissato una franchigia per l’evasione sotto i 70.000 euro: anche con quella toppa, il meccanismo ha confermato la sua inadeguatezza strutturale, ricalcando quasi integralmente versioni precedenti che non erano mai decollate.
Perché qui va guardata un’intera vita, non solo l’ultimo tentativo: da oltre trent’anni, dal 1993 a oggi, il redditometro fallisce sistematicamente nel passaggio dalla teoria alla pratica, rendendo vano ogni tentativo di accertamento massivo. Un sistema che la stessa Corte dei Conti ha definito marginale, incapace di contrastare davvero l’evasione, e che ha attraversato tre decenni in un perenne stop and go.

Diciamolo una volta per tutte

E’ qui che una riflessione si impone. Io vorrei capire come mai lo Stato abbia un’attenzione morbosa sull’appropriazione del denaro prodotto dai cittadini, e nessuna attenzione reale sul creare le condizioni perché quel denaro venga prodotto. Non capisco perché lo Stato non aiuti più le imprese. Non capisco perché negli ultimi trent’anni abbiamo massacrato il sistema produttivo. Non capisco perché si continui a considerare l’imprenditore — quello che ha rapporti di business to business — come il bersaglio naturale da colpire, da massacrare, da distruggere, mentre non esiste un’attenzione altrettanto vera, altrettanto legislativa, su dove l’evasione esiste davvero.

E non è un problema di controlli, non è un problema di Guardia di Finanza. È un problema legislativo. Non ci sono norme che consentano di scaricare i costi, non ci sono norme che regolino seriamente il rapporto business to consumer, cioè quello con il privato. È lì che c’è l’evasione. C’è perché semplicemente non esiste la possibilità di scaricare le spese mediche e le spese di ogni genere, e di conseguenza in Italia abbiamo lavoratori dipendenti regolari che fanno un secondo lavoro in nero, professionisti che operano nel privato senza mai emettere fattura, perché al cittadino non conviene scaricare un costo che lo Stato, semplicemente, non gli permette di scaricare.
Vogliamocelo dire una volta per tutte.

Buona economia umanistica.

Valerio Malvezzi, 14 luglio 2026