Cappellini inaugura la prossima categoria di estremisti (che guarda caso contestano certi poteri)

È uscito per i tipi di UTET il libro del giornalista di Repubblica Stefano Cappellini intitolato Rossobruni. Va subito chiarito: il testo non presenta nulla di ciò che ci si potrebbe legittimamente attendere da uno studio scientifico. Si tratta invece sostanzialmente di un’opera di giornalismo politico dal chiaro intento ideologico. Un prodotto del tutto coerente con la linea editoriale del rotocalco liberal-atlantista La Repubblica e dunque con l’ordine simbolico dominante di giustificazione dei rapporti di forza della mondializzazione turbocapitalistica.

Il messaggio trasmesso, in fondo, è uno soltanto: guai a discostarsi dal tracciato dell’ordine simbolico dominante del liberismo progressista e atlantista, id est del sistema subculturale di copertura dei rapporti di forza realmente dati dell’ordine dominante. Rossobrunismo è, appunto, l’ennesima categoria coniata ad hoc dalla neolingua liberista al fine di diffamare chiunque osi discostarsi dall’ordine simbolico dominante, subito liquidato come sintesi mefistofelica del fascismo e del comunismo. Sintesi perversa di fascismo e comunismo: questo dice rossobrunismo.

La Neolingua turbo-globalista e il diritto di parola negato

Come sappiamo, la neolingua turboglobalista non promuove il dialogo socratico secondo la nobile prassi del rendere ragionelogon didonai. Mira invece a ostracizzare, a marginalizzare e a negare il diritto di parola a chi venga colpito dalle categorie coniate dalla neolingua stessa. Leggendo quel capolavoro di banalità e di vuota profondità — nel senso hegeliano — che è il librettino del Cappellini, apprendiamo che Rossobruno è tanto il fascista che si nasconde fingendosi altro da sé, quanto il comunista che, anziché convertirsi all’ordine liberal-atlantista della New Left padronale postmoderna, osi ancora tenere fermi i punti saldi dell’antiimperialismo e dell’anticapitalismo.

Insomma, a conti fatti, Rossobruno è chiunque faccia ancora valere istanze di critica all’ordine della globalizzazione imperiale sotto cupola atlantista. È un modo nemmeno troppo larvato e obliquo per ribadire ancora una volta che, nello spazio fintamente pluralistico della civiltà dei mercati, non è permesso non essere liberali — poco conta se di destra o di sinistra.

La mondializzazione turbo-capitalistica: Destra in economia, Centro in politica, Sinistra in cultura

La mondializzazione turbocapitalistica dominata dal sinedrio liberal-finanziario si caratterizza per essere economicamente di destra, politicamente di centro e culturalmente di sinistra. Economicamente di destra, dacché fa suo il programma di Reagan e di Thatcher della liberalizzazione integrale e della totale privatizzazione. Politicamente è di centro, giacché si riproduce mediante l’alternanza senza alternativa tra un centrodestra atlantista e neoliberale e un centrosinistra atlantista e neoliberale. Culturalmente è di sinistra, dacché fa suo il programma sessantottesco della liberalizzazione integrale dei costumi e del mondo della vita, dunque della lotta contro ogni autorità che possa ancora contrastare l’allargamento illimitato del nichilismo della forma merce.

Il libretto del Cappellini deve essere letto come esempio paradigmatico della giustificazione simbolica dell’ordine imperante, vuoi anche come capolavoro di ideologia di giustificazione dell’ordine dato della globalizzazione turbofinanziaria.

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