Ottant’anni di Repubblica. Una ricorrenza, certo. Ma mentre ci prepariamo alle celebrazioni di rito, ci fermiamo a fare qualche domanda che riteniamo doverosa.
Con la Repubblica e i partiti litighiamo tutti i giorni. Le bollette sono alle stelle, il lavoro è condizionato da obblighi imposti dall’alto, e la Costituzione — bella e giusta — viene santificata periodicamente da chi poi non ne applica i contenuti. Intorno a noi, gli aedi del potere si preparano all’autocelebrazione annuale, mentre nelle tasche dei cittadini restano sempre meno soldi.
Allora ci chiediamo: siamo davvero liberi e democratici come auspicavamo?
Guardiamo alcune monarchie europee e non riusciamo a dire con certezza che stiamo meglio. Non è nostalgia, non è tifo per nessun altro sistema: è una domanda legittima. Perché oggi, nel mondo, in molte repubbliche non si vive bene: si vive censurati, al servizio dei potenti. E capita di intervistare persone che vivono sotto sistemi ben diversi dal nostro e che dicono: “Vabbè, ma io qua mica sto tanto male.”
Oggi assisteremo alla solita autocertificazione della burocrazia e del potere. Artisti e ospiti selezionati sul palco a elogiare lo status quo, le porte chiuse a chi porta un pensiero libero. Siamo nati nella Repubblica e siamo contenti di esserci. Ma essere contenti non significa smettere di ragionare.










