Sanchez trema? Lo scandalo mediatico che sta lacerando la Spagna dall’interno

La mattina del 23 maggio a Madrid sono scese in piazza più di quarantamila persone. Il motivo della protesta era uno solo: la richiesta di dimissioni immediate del premier Pedro Sanchez e l’indizione di elezioni anticipate. Lo striscione più fotografato della giornata recitava: “Sbarazzarsi di Sanchez è una priorità nazionale”. Una frase che dice molto sul clima politico in cui si trova oggi la Spagna. E che vale la pena capire fino in fondo, perché la storia di quello che sta succedendo a Madrid è più intricata e più interessante di come viene raccontata.

Chi è Sanchez: il leader amato all’estero e contestato in patria

Per quanto il suo indice di gradimento all’estero sia tra i più alti dei leader europei attualmente in carica, Pedro Sanchez in patria ha più di qualche gatta da pelare. Fuori dalla Spagna, Sanchez è percepito come una voce progressista e coraggiosa: è stato tra i primi capi di governo europei a riconoscere lo Stato di Palestina, ha tenuto posizioni nette contro la condotta militare israeliana a Gaza, ha vietato l’utilizzo di basi spagnole agli Stati Uniti e si è speso pubblicamente per un cessate il fuoco in un momento in cui molti suoi colleghi europei preferivano il silenzio o le dichiarazioni di circostanza.

Questo gli ha valso un’enorme popolarità in America Latina, nel mondo arabo, e in buona parte dell’opinione pubblica progressista europea. In patria, però, la storia è ben diversa. E per capire perché migliaia di persone hanno percorso il centro di Madrid il 23 maggio, bisogna tornare indietro di qualche anno e capire come si è costruita — e come si sta sgretolando — la struttura di potere del governo socialista spagnolo.

Da Moncloa allo scandalo: la parabola del potere socialista

Pedro Sánchez è al governo dal 2018, quando una mozione di sfiducia contro il premier conservatore Mariano Rajoy — travolto a sua volta da uno scandalo di corruzione — gli aprì le porte di Moncloa. Da allora ha resistito a tutto: a elezioni anticipate, a crisi di governo, a un partito che nel 2019 lo aveva già scaricato e da cui era poi tornato con una risalita che in Spagna viene ancora raccontata come una delle più clamorose della storia politica recente.

Sanchez ha dimostrato più volte di saper sopravvivere. Ma lo scandalo che ha innescato le proteste di maggio 2026 è diverso dai precedenti, per una ragione precisa: non riguarda le politiche estere, non riguarda la Catalogna, non riguarda le alleanze parlamentari. Riguarda qualcosa di molto più vicino a Sanchez. Riguarda i soldi, i nomi, e le persone che siedono vicino a lui ogni giorno.

Gli scandali che hanno fatto esplodere la crisi

Santos Cerdán, numero tre del Partito Socialista, è accusato di aver gestito circa seicentoventimila euro di tangenti. E poi c’è il caso Zapatero — il premier socialista dal 2004 al 2011, padrino politico di Sanchez, quello che molti europei ricordano come una figura iconica della sinistra iberica, il premier che legalizzò il matrimonio tra persone dello stesso sesso quando in Europa quasi nessuno ci pensava.

Oggi l’Unità per i reati economici e fiscali ha consegnato al giudice istruttore del caso Plus Ultra un fascicolo di oltre quattromila pagine: Zapatero è accusato di essere al vertice di un network illegale tra Spagna, America Latina e Cina, di aver ricevuto almeno due virgola sei milioni di euro in cinque anni, e di aver agito da intermediario per la compravendita di petrolio venezuelano presentandosi pubblicamente come mediatore per la democrazia a Caracas.

Nella cassaforte del suo ufficio la polizia ha trovato centotré oggetti tra gioielli di alta manifattura e orologi da collezione, per un valore stimato tra i due e i tre milioni di euro. La sua segretaria ha detto che erano eredità e regali di viaggio. Nei giorni prima che scattasse la perquisizione, Zapatero aveva acquistato un biglietto per Santo Domingo, con proseguimento privato su Caracas, non registrato in alcuna agenda ufficiale. I suoi legali parlano di coincidenza. E poi ci sono i nomi che hanno cambiato la percezione dell’opinione pubblica più di qualsiasi atto giudiziario: nelle indagini sono finiti anche la moglie di Sanchez, Begoña Gómez, e suo fratello.

La dimensione internazionale: Emirati, Venezuela e valigie diplomatiche

C’è anche un elemento internazionale nello scandalo che vale la pena citare, perché aggiunge una dimensione ulteriore. Le indagini parlano di presunti legami con lobby negli Emirati Arabi Uniti, di valigie diplomatiche, di rotte commerciali verso il Venezuela. Un sistema di influenze che, se le accuse fossero confermate — e non lo sono per il momento — avrebbe una dimensione che va ben oltre la corruzione domestica e tocca la politica estera e i rapporti commerciali internazionali.

Per ora rimangono accuse, e Sánchez le ha respinte con forza. Ma la sola esistenza di questi filoni investigativi è sufficiente a rendere il quadro politico spagnolo straordinariamente complicato.

L’immigrazione: l’altra ferita aperta

La corruzione non è l’unico terreno su cui Sanchez ha perso consenso in patria. C’è un’altra decisione che ha generato un malcontento profondo, trasversale, e difficile da ignorare: la regolarizzazione di cinquecentomila immigrati irregolari annunciata dal governo nei mesi scorsi. Una misura che Sanchez ha difeso come un atto di giustizia sociale e di pragmatismo economico — la Spagna ha bisogno di lavoratori, il sommerso costa allo stato, la regolarizzazione produce gettito fiscale. Argomenti che reggerebbero a un’analisi teorica.

Ma la partita del malcontento popolare raramente si gioca sul terreno delle teorie, soprattutto quando si parla di immigrazione. Una parte significativa dell’opinione pubblica spagnola ha vissuto quella decisione come un segnale sbagliato, come una scelta calata dall’alto senza un mandato democratico chiaro, in un paese che negli ultimi anni ha visto aumentare gli arrivi sulle coste delle Canarie e che non ha ancora trovato un equilibrio condiviso su come gestire il fenomeno.

Per l’opposizione di destra è diventato un argomento di mobilitazione potentissimo. Per molti elettori moderati del Partito socialista, è stata un’altra ragione di distanza. E nella piazza del 23 maggio, tra le bandiere spagnole e gli slogan sulla corruzione, il tema dell’immigrazione era presente — nei discorsi, negli striscioni, nella composizione stessa della folla scesa in strada.

La marcia del 23 maggio: simboli, numeri e alleanze inedite

La marcia — battezzata “Marcia per la dignità” — è partita da Plaza de Colón e ha attraversato il centro di Madrid fino all’Arco de la Victoria. Un percorso simbolico, in una città che di simboli è carica. Plaza de Colón è lo stesso luogo in cui nel 2019 si erano radunate le opposizioni per protestare contro i negoziati con i separatisti catalani: sceglierla come punto di partenza non è casuale, è un richiamo preciso a quella stagione di conflitto politico.

La manifestazione è stata organizzata da Sociedad Civil Española, una piattaforma che riunisce oltre centocinquanta associazioni civiche, e ha ricevuto il sostegno esplicito sia del Partito Popolare di centrodestra che del partito di estrema destra Vox. Il fatto che PP e Vox abbiano marciato sotto lo stesso cielo non è un dettaglio trascurabile: sono due forze politiche tradizionalmente in competizione, con elettorati che si sovrappongono parzialmente ma con culture politiche diverse, spesso in conflitto aperto.

La loro convergenza dice molto sulla profondità della crisi. Santiago Abascal, leader di Vox, dal palco ha sostenuto che la Spagna sia “tenuta in ostaggio da una mafia corrotta” e ha chiesto l’arresto di Zapatero. Sul numero dei partecipanti bisogna essere precisi: la Delegazione del Governo ha registrato circa quarantamila presenti, gli organizzatori ne hanno dichiarati centoventi mila. La forchetta è enorme, ed è in parte il risultato di metodologie di conteggio diverse, in parte il prodotto della polarizzazione che trasforma anche i numeri in un campo di battaglia.

La fragilità strutturale: governare senza maggioranza

Per capire la fragilità strutturale della posizione di Sanchez bisogna capire come funziona il suo governo, perché la debolezza non nasce dallo scandalo — lo scandalo l’ha solo resa visibile. Sanchez non ha una maggioranza solida in parlamento. Il suo esecutivo si regge su un sistema di alleanze estremamente complicato che include il sostegno dei partiti indipendentisti catalani — in particolare quello di Carles Puigdemont, l’ex presidente della Catalogna in esilio dal 2017.

In cambio di questo sostegno, Sanchez ha concesso l’amnistia ai leader separatisti, una decisione che ha diviso profondamente l’opinione pubblica spagnola e che l’opposizione usa ancora oggi come argomento dirompente. Governare senza maggioranza, dipendere da alleati con agende radicalmente diverse, mantenere insieme una coalizione che va dai socialdemocratici agli indipendentisti: è un equilibrio che richiede un’energia politica enorme, e che diventa quasi impossibile da sostenere nel mezzo di uno scandalo che tocca il nucleo del partito.

Il crollo in Andalusia e le crepe nel partito

La settimana prima della manifestazione era arrivata un’altra cattiva notizia. Il Partito socialista aveva subito un crollo elettorale nelle elezioni regionali in Andalusia — una delle regioni più grandi e storicamente più importanti della Spagna, terra di radicamento storico del socialismo iberico. Una regione che il partito aveva governato per quasi quarant’anni consecutivi prima di perderla nel 2018, e che sperava di riconquistare.

Il risultato ha confermato che quella perdita non è stata soltanto un incidente. E ha prodotto un effetto collaterale che per Sanchez è forse ancora più pericoloso delle proteste di piazza: alcuni esponenti di rilievo del partito socialista starebbero cercando di prendere le distanze dal premier e da Zapatero, considerandoli ormai un peso elettorale insostenibile. Quando il partito inizia a staccarsi dal proprio leader, la crisi entra in una fase qualitativamente diversa. Non è più solo una crisi di consenso esterno: bensì di legittimità interna.

Il paradosso di Sanchez: due leader in uno

C’è qualcosa di strutturalmente paradossale nella situazione in cui si trova Sanchez. Ha costruito la propria identità internazionale proprio sul coraggio delle posizioni scomode, sulla capacità di stare dalla parte di chi protesta contro i potenti, di sfidare equilibri consolidati. Eppure in questo momento quella reputazione non riesce a coprire quello che emerge dai tribunali.

È come se i due Sanchez — quello che parla all’assemblea generale dell’ONU e quello che governa tra le correnti e le alleanze del Partito socialista spagnolo — faticassero a stare insieme nella stessa cornice. E sempre più spagnoli sembrano essersi accorti di questa distanza.

La domanda vera, adesso, non è se Sanchez sopravviverà politicamente — lui stesso, come abbiamo visto, ha già dimostrato di essere quasi impossibile da abbattere per via diretta. La domanda è a quale prezzo sopravviverà, e cosa resterà del progetto politico che aveva in mente quando è arrivato a Moncloa nel 2018. Ogni compromesso con Puigdemont, ogni regolarizzazione contestata, ogni nome che compare nelle indagini restringe lo spazio di manovra e logora la narrazione.

La Spagna che Sanchez vuole raccontare all’estero — aperta, progressista, coraggiosa — e la Spagna che quarantamila persone hanno portato in piazza a Madrid sono due paesi che parlano lingue sempre più diverse. Riuscire a farle dialogare di nuovo, ammesso che ci provi, sarà la vera sfida dei prossimi mesi.