Biennale, Buttafuoco smonta le polemiche sulla Russia: “Escluderne uno rende debole ogni apertura”

La Biennale Arte 2026 si apre il 9 maggio in un clima che non ha precedenti nella storia della Fondazione veneziana. In pochi giorni si sono accumulate la morte della curatrice Koyo Kouoh, le dimissioni della Giuria internazionale, l’invio di ispettori del Ministero della Cultura a Ca’ Giustinian su ordine del ministro Alessandro Giuli, e le proteste davanti al padiglione russo da parte dei collettivi Pussy Riot e Femen. Al centro di tutto: la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco di ammettere alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte i padiglioni di Russia e Israele.

Il nodo Russia e Israele: pressioni europee e tensioni con il governo

La scelta di riammettere in concorso artisti russi e israeliani ha scatenato reazioni a catena. L’Unione Europea ha fatto sentire la propria voce, chiedendo che la Biennale non diventasse una vetrina per la Russia. La Giuria internazionale si è dimessa in blocco il 30 aprile, a pochi giorni dall’apertura. Il ministro Giuli, che aveva sempre difeso l’autonomia di Buttafuoco, ha inviato una task force di ispettori per verificare le procedure seguite dalla Fondazione nella gestione della partecipazione russa — ispezione conclusa senza esiti formali. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso le distanze, dichiarando di non condividere la scelta sul padiglione russo pur riconoscendo l’autonomia della Biennale e le capacità del suo presidente.

In risposta alle dimissioni della giuria, Buttafuoco ha istituito due nuovi Leoni dei Visitatori, assegnati direttamente dal pubblico tramite il sistema di biglietteria, e ha cancellato la cerimonia ufficiale di inaugurazione.

Il discorso di Buttafuoco

È in questo contesto che Buttafuoco ha preso la parola per la conferenza stampa di presentazione della mostra. Un intervento che ha scelto di non rispondere alle polemiche punto per punto, ma di tornare al senso profondo dell’istituzione che presiede.

“Ci sono continue discriminazioni, continue violenze. Ci sono guerre che devastano vite e territori, e qui sta il nodo, qui sta il nodo. Chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri. E se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere ma le appartenenze, non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: è il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato“.

E poi c’è questa città, Venezia che da secoli non ha avuto mai paura dell’incontro. Venezia non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare. Venezia accoglie le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti, e li trasforma sempre in dialogo e convivenza. E questo ha fatto la Fondazione Biennale da 130 anni, ha raccolto le tensioni, i conflitti, le visioni, e li ha esposti senza mai banalizzarli, senza mai ridurli a slogan. E oggi lo dico ai colleghi, lo dico agli artisti, lo dico ai curatori, lo dico a chi ha responsabilità, lo dico ogni giorno ai cittadini che incontro: oggi non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni di storia che hanno raccontato sempre così il mondo“.