“Mi sono sentito un mostro”, la clamorosa confessione del soldato israeliano | Giorgio Bianchi e Claudia Carpinella

Le testimonianze dei riservisti dell’IDF pubblicate dalla testata progressista israeliana Haaretz rivelano esecuzioni di civili disarmati, vilipendio dei cadaveri e crisi di coscienza sistematicamente represse dai comandi. In Italia nessun grande giornale ha ripreso la notizia. Giorgio Bianchi e Claudia Carpinella (Giornalista Inside Over) ne parlano in diretta.

I soldati israeliani vengono addestrati – e, secondo molte testimonianze, fanatizzati – fin dalla più giovane età. Eppure, nel silenzio dell’opinione pubblica occidentale, sono proprio alcune di quelle voci interne a squarciare il velo su ciò che è accaduto a Gaza. Appunto Haaretz, storica testata progressista israeliana, ha pubblicato un’inchiesta raccogliendo decine di testimonianze di riservisti dell’IDF. L’articolo, intitolato ‘I felt like a monster’ (“Mi sono sentito un mostro”), ha fatto il giro del mondo – tranne che dell’Italia, dove nessun grande quotidiano lo ha rilanciato. Carpinella ne ha parlato in primis nel suo articolo: Gaza, esecuzioni di civili e torture: le confessioni dei soldati israeliani.

Voci dal fronte: chi viene messo ai margini

Le testimonianze raccolte da Haaretz sono quasi tutte di riservisti – non militari di professione, ma cittadini chiamati alle armi. Leggere quello che hanno visto e fatto dalle loro stesse parole, nota chi ha seguito l’inchiesta, produce un effetto ben diverso rispetto alle statistiche o ai rapporti delle organizzazioni umanitarie. Non perché i fatti siano nuovi – il quadro del genocidio di Gaza era già ampiamente documentato – ma perché è la coscienza individuale a prendere la parola.

Chi tra questi soldati ha mostrato ripensamenti o tentato di far sentire la propria voce è stato rapidamente ostracizzato: messo ai margini del dibattito pubblico, derubricato a caso psichiatrico – soldato con ‘stress post-traumatico’ – e di fatto delegittimato. Non sorprende, quindi, che molti abbiano scelto l’anonimato. Eppure hanno parlato.

I denominatori comuni: civili disarmati e vilipendio dei cadaveri

Nelle testimonianze emergono con forza due elementi ricorrenti. Il primo: palestinesi uccisi pur non rappresentando alcuna minaccia, totalmente disarmati. Il secondo: il vilipendio sistematico dei cadaveri – atto che il diritto internazionale considera illecito e perseguibile.

Ogni volta che un soldato mostrava segni di ripensamento — per aver ucciso ragazzini, anziani, persone chiaramente inermi — i comandanti intervenivano per soffocarlo. Il metodo descritto nelle testimonianze è agghiacciante: sputi e urina sui cadaveri, anche di bambini, come gesto rituale di desensibilizzazione. Atti accompagnati da frasi del tipo ‘Questo è per Israele’ o ‘Questo è per tutti quelli che osano mettersi contro Israele’ – formule che compaiono in più di una deposizione.

Il silenzio italiano e la finestra aperta

Il paradosso è evidente: c’è più spazio per l’autocritica in Israele che in Italia. Haaretz – con tutti i rischi che comporta operare in un contesto di forte pressione nazionalista – ha pubblicato un’inchiesta scomoda, con nomi, cognomi e date. In Italia, invece, l’articolo non è stato ripreso da nessuno dei grandi quotidiani nazionali.

Gaza è scomparsa dai radar dell’informazione mainstream italiana. Eppure la guerra continua. Le madri vengono colpite mentre tengono in braccio i loro figli nei campi profughi. I siti patrimonio UNESCO vengono demoliti nel sud del Libano. Le suore cattoliche vengono aggredite a Gerusalemme. Nove siti storici dell’UNESCO – tra cui luoghi di epoca romana e santuari venerati da cristiani e musulmani – sono stati distrutti nel corso dell’invasione israeliana.

Le testimonianze dei soldati israeliani non cambiano la realtà dei fatti, già documentata. Ma la cambiano, eccome, come strumento di pressione morale: quando è la coscienza del carnefice a crollare, anche il castello ideologico che sostiene una guerra comincia a incrinarsi.