Le sanzioni europee alla Russia hanno funzionato? La risposta, come spesso accade, dipende da dove si guarda. Stefano Tiozzo, documentarista e fotoreporter che vive e lavora tra Mosca e l’Italia, offre una prospettiva rara: quella di chi ha visto cambiare il carrello della spesa, i prezzi alla pompa e le vetture per strada, anno dopo anno, dall’interno.
La mossa della banca centrale: tassi al 20% per salvare il rublo
La prima risposta della Russia alle sanzioni è arrivata dalla banca centrale, guidata da Elvira Nabiullina, con una decisione radicale: portare i tassi di interesse al 20%. «Noi diciamo i tassi al 3,5-4 per cento, ci sembra tanto», osserva Tiozzo, «loro bam, 20%». Una misura che, come ha riconosciuto anche Christine Lagarde in veste di direttrice della BCE, ha permesso alla Russia di sopravvivere all’urto iniziale delle sanzioni. Il meccanismo è semplice: con tassi così alti, chi ha liquidità la tiene in banca dove «si moltiplica semplicemente stando ferma», e il rublo non collassa. Il prezzo, però, lo paga chi ha bisogno di credito per investire o aprire un’attività: «è una dinamica che distrugge essenzialmente la piccola economia».
A questo si aggiunge un’inflazione in doppia cifra su base annua, che Tiozzo dice di percepire in prima persona: «lo vedo nel mio carrello della spesa, che è particolarmente modificato, cambiato in peggio». Gli stipendi sono aumentati — il salario medio a Mosca è passato da circa 60.000 rubli nel 2022 a 120-130.000 oggi — ma non abbastanza da tenere il passo con i prezzi. Il risultato è quella «classica dinamica che vediamo anche da noi: chi ha soldi ne fa di più, chi ne ha pochi ne ha sempre meno».
La stanchezza sociale e la guerra che sparisce dai radar
Questa pressione economica si intreccia con l’evoluzione del sentiment pubblico rispetto al conflitto. Nei primi anni, ricorda Tiozzo, «era forte nei russi il sentimento di sostegno: vinciamo, dobbiamo fare, dobbiamo resistere». Adesso prevale invece «questo senso di stanchezza, perché non si vede una direzione». Un cambiamento d’umore alimentato anche da un fatto mediatico: la guerra in Iran ha fatto quasi sparire il fronte ucraino dalle cronache russe, proprio come da quelle occidentali, togliendo urgenza e attenzione a un conflitto che per molti russi è diventato uno sfondo opprimente ma distante.
Le strade di Mosca piene di auto cinesi — e le Moskvich nate dagli stabilimenti Renault
A livello visivo, il cambiamento più immediato è quello che si vede per strada. «Non ricordo l’ultima volta che ho trovato una macchina non cinese nei servizi taxi», racconta Tiozzo. Nel giro di pochi mesi dal febbraio 2022, tutto ciò che era prodotto occidentale — automobili, elettrodomestici, beni di consumo — è stato sostituito da brand cinesi. Al loro posto, accanto alle vetture di Pechino, circolano anche le nuove Moskvich: auto prodotte in uno stabilimento che apparteneva a una casa automobilistica francese, «sequestrato de facto dal governo russo» come risposta alle sanzioni. Una dinamica speculare a quella dei beni europei bloccati in Occidente: «la Russia ha preso possesso di alcuni stabilimenti europei per ritorsione agli asset bloccati in Europa». Tra i casi più noti in Italia, Tiozzo cita il gruppo Ariston, che aveva una presenza significativa nel mercato russo.
La benzina raddoppiata: i numeri che ingannano, il peso che non mente
C’è poi il capitolo carburanti, che richiede una traduzione per essere davvero compreso. Il prezzo della benzina in Russia è passato da 40 rubli al litro di quattro anni fa agli attuali 70-80. Cifre che, convertite in euro, sembrano irrisorie. «Noi italiani diciamo: ma 40 centesimi, 80 centesimi al litro, cosa vuoi che sia?», concede Tiozzo. «Ma tarato sul loro reddito, sul loro salario, è realmente come se noi passassimo da 2 a 4 euro al litro». Un raddoppio che, rapportato al potere d’acquisto medio di un cittadino russo, ha lo stesso peso specifico che avrebbe per un italiano vedere la benzina superare i 4 euro. E secondo Tiozzo la tendenza potrebbe continuare: con lo scenario internazionale attuale, il petrolio rischia di diventare una risorsa più scarsa e più cara, il che potrebbe portare introiti maggiori alla Russia sui mercati esteri — ma non necessariamente un sollievo alla pompa per i cittadini.
Il quadro che emerge è quello di un paese che ha retto l’impatto delle sanzioni meglio di quanto molti si aspettassero, ma che porta i segni di uno sforzo prolungato: prezzi in salita, piccole imprese in difficoltà, e una popolazione che inizia a fare i conti — economici e psicologici — con una guerra che non accenna a finire.
Ocula è ideato e condotto da Ferdinando Petrarulo










