Gli americani hanno votato e il risultato è una resa dei conti per Donald Trump. I democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, in un voto letto come una bocciatura del presidente. A metà mandato, quella che doveva essere una semplice verifica si è trasformata in un referendum sulla Casa Bianca.
Il Senato: una maggioranza che nessuno aveva previsto
È la Camera alta a regalare i numeri più clamorosi. Secondo il tracker dell’Associated Press i democratici sono a 54 seggi contro 44 dei repubblicani, mentre Alaska e Mississippi restano da assegnare. In Mississippi, tra l’altro, la sfida si gioca sul filo di poche decine di voti.
Il dato politico è che i democratici hanno strappato ai repubblicani sette seggi: Ohio, Iowa, Carolina del Sud, Maine, Carolina del Nord, Kansas e Texas. In Texas il trentasettenne James Talarico ha battuto il procuratore generale Ken Paxton. In Kansas, uno Stato che non eleggeva un senatore democratico da quasi un secolo, si è registrata una svolta storica. In Maine Susan Collins ha ammesso la sconfitta. In Michigan Abdul El-Sayed diventerà il primo senatore musulmano della storia americana.
La Camera: ora i democratici hanno il potere di indagare
Alla Camera l’esito è altrettanto netto. Cosa cambia in concreto? I democratici assumono la guida delle commissioni, con potere di citazione e di indagine sull’amministrazione Trump, e possono approvare leggi a maggioranza semplice. Hakeem Jeffries potrebbe diventare il primo speaker afroamericano della storia. Per lo speaker repubblicano Mike Johnson, la sconfitta è un colpo pesante.
Cosa ha deciso il voto
Il fattore Trump è stato centrale. Gli exit poll indicavano un gradimento del presidente al 38%, e circa il 60% degli elettori ha dichiarato che Trump ha pesato sul voto per la Camera. Anche il malcontento economico ha avuto il suo peso: il costo della vita ha contribuito al ribaltone dopo quattro anni di maggioranza repubblicana sul filo del rasoio. E va ricordato che, storicamente, il partito del presidente perde terreno in quasi tutte le elezioni di metà mandato: è successo in 20 delle ultime 22 dal 1938.
Non è stata però una disfatta ovunque. In Florida Byron Donalds ha battuto il democratico David Jolly per succedere a Ron DeSantis, con un margine di un punto, e Ashley Moody ha mantenuto il seggio al Senato. Tra i governatori, invece, i democratici hanno colpito dove contava: in Texas Gina Hinojosa ha battuto Greg Abbott, e sarà la prima democratica eletta governatrice dai tempi di Ann Richards nel 1990; in Ohio Amy Acton ha sconfitto Vivek Ramaswamy; in Wisconsin si è imposto David Crowley, e in Nevada è stato proiettato un governatore democratico.
La reazione di Trump: dialogo, ma col veto in tasca
Il presidente ha scelto una linea a due facce. Al New York Times ha detto di accettare i risultati e di essere pronto a lavorare con i democratici, ma poi su Truth ha pubblicato l’immagine di un cappellino con la scritta ‘veto’, a ricordare il suo potere di bloccare le leggi. Sul perché del voto, ha sostenuto che con il suo nome sulla scheda i repubblicani avrebbero vinto in modo schiacciante. Dal fronte repubblicano, DeSantis ha avvertito che per il partito sarà difficile riconquistare il Congresso nel 2028, e che il Senato potrebbe restare fuori portata fino al 2032.
Trump resta comunque alla Casa Bianca: cambiano i suoi margini di manovra, non la sua permanenza. Ora si apre una fase di coabitazione forzata, fatta di indagini, braccio di ferro sui bilanci e leggi destinate allo scontro con il veto presidenziale. Prossima scadenza, il 2028.










