La nuova legge elettorale spiegata facile con il prof di diritto

L’8 ottobre la Camera ha approvato in via definitiva la riforma elettorale voluta dal centrodestra, ribattezzata Stabilicum. È un sistema proporzionale con un premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori per la coalizione che supera il 42% dei voti, e prende il posto del Rosatellum, in vigore dal 2017. La legge è stata promulgata dal Quirinale e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 9 ottobre, ma è già nel mirino della Rete per un voto libero e uguale. Il 26 ottobre la Rete depositerà trenta ricorsi nei distretti di corte d’appello per portare la legge davanti alla Corte costituzionale. I punti contestati sono sei, dal premio di maggioranza all’obbligo di indicare il candidato premier.

Leggi usa e getta

L’Italia, provoca Fabio Duranti, sembra cambiare legge elettorale “come le mutande”. Eppure una buona legge dovrebbe essere “equa, una legge alla quale i cittadini si abituano, così capiscono come votare”. Il costituzionalista Carlo Iannello concorda: “Le leggi elettorali dovrebbero essere stabili, e la stabilità della legge elettorale è coerente con la stabilità del sistema politico. Dal ‘48 ai primi anni Novanta abbiamo avuto una sola legge elettorale, quasi mezzo secolo di storia repubblicana con una sostanziale stabilità, che poi è stata mistificata. Quella stabilità non l’abbiamo più avuta proprio con le leggi create per garantirla. Chi ha riformato il sistema elettorale si è comportato da apprendista stregone, e anche da furbacchione, perché la legge si cambia per battere l’avversario. Non è un bell’atteggiamento: la legge elettorale dovrebbe garantire una competizione ad armi pari tra tutte le forze politiche in campo. Per questo è sempre stato sbagliato cambiarla poco prima del voto. Lascia il dubbio, che in realtà è una certezza, che chi l’ha cambiata lo abbia fatto per il proprio tornaconto”.

La lista delle riforme è lunga: il Porcellum, l’Italicum bocciato dalla Consulta e ora lo Stabilicum, “tutte denominazioni occasionali che nulla hanno a che vedere con il contenuto della legge”. Il Porcellum nacque da una battuta: “Calderoli disse che quella legge era una porcata, e Sartori la battezzò così in un articolo sul Corriere della Sera”. Il Mattarellum, prima legge maggioritaria della Repubblica, “non è lo strumento che si usa in cucina per la pasta frolla”. Il nome “veniva dal relatore della legge, l’attuale presidente della Repubblica”. Per Duranti è una “provincialata”. Iannello è d’accordo: “È il provincialismo della politica e della cultura italiana”.

Un voto, un valore

Il cuore della questione è scritto nella Carta: “L’articolo 48 della Costituzione stabilisce che il voto debba essere uguale. Il mio voto deve contare quanto quello di Fabio Duranti. È la proiezione nel sistema elettorale del principio di uguaglianza. La mia opinione personale è che un voto uguale lo hai soltanto con il proporzionale puro, perché solo con questa formula di traduzione dei voti in seggi il mio voto vale quanto il tuo. Dopodiché possiamo fare una classifica della disuguaglianza. Il massimo ce l’hai con l’uninominale a turno unico. Se in un collegio siamo in quattro, io prendo il 25% e gli altri il 20%, soltanto chi ha votato me avrà usato concretamente il voto. Gli altri non saranno rappresentati da nessuno: il voto di tutti i perdenti vale zero”.

Lo stesso vale per il premio di maggioranza, che secondo Iannello contrasta “assolutamente” con quel principio. E c’è un paradosso tutto italiano: “Tutti quelli che oggi contestano la legittimità costituzionale della legge appena approvata sono esattamente quelli che erano entusiasti dell’uninominale a turno unico”.

Duranti riassume così, per la “signora Maria” che ascolta: anche chi rappresenta poche persone deve avere il suo seggio, perché un intervento in Aula può far cambiare idea a molti e contribuire a una legge giusta. “Questa è l’essenza del sistema rappresentativo”, conferma Iannello. “È il sistema che garantisce rappresentanza a tutte le sensibilità che si esprimono nella società attraverso i partiti. Anche chi prende l’1,3% deve avere la sua parte”.

Il silenzio dei sacerdoti

Il taglio dei parlamentari ha ridotto i posti a disposizione, e con essi le possibilità delle minoranze di farsi rappresentare. Per Iannello è stato “un colpo esiziale alla democrazia rappresentativa”. Lo dimostra un dettaglio: “Che fosse gravissimo lo capisci dal fatto che tutti i sacerdoti che difendono la Costituzione dagli attentati stettero zitti. Quando tutti i sacerdoti gridano all’attentato alla Costituzione, puoi dormire sonni tranquilli. Quando tacciono, allora ti devi preoccupare. Hanno taciuto sulla modifica del Titolo V, una delle operazioni più scellerate della storia costituzionale della Repubblica. Hanno taciuto sull’equilibrio di bilancio, la pietra tombale che ci siamo autoimposti sullo Stato sociale. Hanno taciuto sulla riduzione drastica, populistica e incostituzionale del numero dei parlamentari. Ti dico di più: gli italiani rispetto al 1948 sono aumentati. Se avessi voluto interpretare davvero lo spirito della Costituzione, avresti dovuto aumentare i parlamentari, non diminuirli”.

La lancetta verso l’autoritarismo

Duranti propone un’immagine: più il premio di maggioranza è alto, più la lancetta si sposta dalla democrazia verso la dittatura. Iannello la conferma e spiega il meccanismo: “C’è un’evidente torsione in senso autoritario delle istituzioni democratico-rappresentative, sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. Il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale sono istituzioni di garanzia, e la Costituzione prevede dei quorum per eleggerli. I costituenti pensavano a un sistema proporzionale. Per questo dal quarto scrutinio il capo dello Stato viene eletto con la maggioranza assoluta: era una garanzia, perché nessun partito da solo prendeva il 50% più uno. Ma se modifichi il sistema elettorale in senso maggioritario o ipermaggioritario, questi istituti non garantiscono più nulla. Quando si passò dal proporzionale al maggioritario, si sarebbero dovuti alzare subito i quorum per l’elezione dei giudici costituzionali, del presidente della Repubblica e soprattutto per le modifiche costituzionali. In cinquant’anni non abbiamo avuto quasi riforme della Costituzione, solo piccole correzioni, proprio perché quel meccanismo garantiva un ampio consenso. Appena è cambiato il sistema, il centrosinistra, che è l’avanguardia della torsione autoritaria in questo Paese, ha avuto la bella idea di approvarsi da solo una modifica del Titolo V scritta da analfabeti. Non analfabeti giuridici: analfabeti proprio della lingua italiana”.