Irlanda-Israele: una partita che va oltre i 90 minuti
Il 27 Settembre, nella lega B di Nations League, si è giocata Irlanda-Israele, una partita che è durata molto più di 90 minuti e che, in quanto a discussioni, possiamo considerare non ancora terminata. Le immagini hanno fatto il giro del mondo e sono diventate simbolo di una protesta che non ha alcuna intenzione di interrompersi, ma, anzi, proprio in vista del rematch previsto per il 4 ottobre in campo neutro, potrebbe infiammarsi ulteriormente.
Il possibile boicottaggio e le pressioni sulla nazionale irlandese
Per ricostruire i fatti, bisogna ritornare ai giorni precedenti alla gara, quando la notizia di un possibile boicottaggio da parte irlandese si fa strada sul web e su gran parte delle testate giornalistiche, sportive e non. Una parte consistente dello spogliatoio sembrerebbe non avere alcuna intenzione di giocare la partita contro Israele. La questione palestinese e i fatti di Gaza sono molto sentiti nel Paese e anche nelle istituzioni, e la squadra è da tempo oggetto di numerose pressioni in patria affinché boicotti entrambe le sfide (sia andata che ritorno) contro gli israeliani. E diversi giocatori hanno aderito al sentire di parte dell’opinione pubblica.
Le dichiarazioni di Hallgrimsson, Knight e O’Shea
Le voci si fanno sempre più insistenti e le dichiarazioni di alcuni dei protagonisti di questa vicenda non smorzano affatto le tensioni. La federcalcio israeliana ha criticato aspramente le dichiarazioni del tecnico irlandese Hallgrimson nei giorni precedenti alla partita secondo cui la sua squadra, citandolo testualmente, “non avrebbe giocato ‘con’ il genocidio, ma ‘contro’ il genocidio. Contro Israele, e non con Israele”.
Anche da parte di alcuni senatori dello spogliatoio non sono mancate le stoccate. Jason Knight, al termine della partita con il Kosovo, aveva sostenuto che “il match con Israele non sarebbe dovuto essere giocato”. Il capitano Dara O’Shea, che ritroveremo più avanti in questa vicenda, aveva sottolineato che, qualora le due partite si fossero giocate, non sarebbe stata in alcun modo una decisione dei giocatori. La federazione irlandese, per parte sua, lo scorso novembre aveva votato a favore di una mozione che, se approvata dalla Uefa, avrebbe escluso Israele dalle competizioni per club e dai tornei internazionali.
La votazione dello spogliatoio e l’autoesclusione di Bazunu
Trapelano notizie e supposizioni, ma nessuna comunicazione ufficiale di ritiro della squadra. A rompere il ghiaccio alla vigilia del match è proprio il ct Hallgrimson, che si rivolge ai microfoni della stampa. Lo spogliatoio si è riunito per deliberare, c’è stata una votazione e la decisione non unanime è arrivata. L’Irlanda non si ritira, giocherà la partita contro Israele prevista per il 27 settembre a Debrecen.
La decisione, lo ripetiamo, non è unanime, tutt’altro e a dimostrarlo è un’altra notizia che arriva poco dopo. Il portiere Gavin Bazunu ha ottenuto dalla federcalcio irlandese il permesso di autoescludersi. Lo fa sapere tramite un post su Instagram in cui tiene a sottolineare di non avere nulla contro la comunità ebraica e il popolo di Israele e che la decisione si sia basata sull’opinione personale che uccidere persone innocenti sia sbagliato. Secondo Bazunu, ci sono diverse occasioni nella vita in cui bisogna prendere una posizione ferma e decisa, e questa è una di quelle.
Fascia nera, inni e il gesto di O’Shea: le proteste in campo
Il clima che precede l’incontro, dunque, è tra i peggiori e la tensione è palpabile. Non si escludono gesti eclatanti, e questi ultimi, allo scoccare del match non tardano ad arrivare. Dopo la bufera dei giorni precedenti, l’Irlanda decide di non rimanere in silenzio e di manifestare il proprio dissenso mettendo in scena una serie di gesti simbolici che in tempo record fanno il giro del mondo.
Comincia tutto con l’ingresso in campo delle squadre. Israele indossa la classica divisa da trasferta, l’Irlanda esce dal tunnel degli spogliatoi con quella casalinga, ma c’è un dettaglio che non passa inosservato. Una fascia nera al braccio dei calciatori, a simboleggiare, lo comunicherà la FAI di lì a breve, il lutto per le vittime palestinesi nella striscia di Gaza. Non finisce qui, perché la protesta silenziosa è appena cominciata. Poco dopo l’ingresso delle squadre sul terreno di gioco è il momento degli inni nazionali. Nel momento in cui all’interno dello stadio risuona quello di Israele tutti gli irlandesi, stretti in un abbraccio collettivo in prossimità del cerchio di centrocampo, chinano il capo per tutta la durata della marcia.
Ma queste prime due dimostrazioni non sono abbastanza. Ve lo ricordate Dara O Shea? Il capitano irlandese era stato uno dei maggiori sostenitori del boicottaggio nei giorni precedenti alla partita e aveva rilasciato dichiarazioni inequivocabili. La decisione di giocare l’ha presa lo spogliatoio dopo una votazione, ma l’occasione per mostrare al mondo il proprio disappunto arriva presto. Nel momento in cui i due capitani si riuniscono a centrocampo con la terna arbitrale per il rito decisionale del “palla o campo“, O Shea non guarda mai il capitano di Israele, l’ex Fiorentina Manor Solomon, non stringe la sua mano quando sarebbe il momento di farlo e non scambia con lui il gagliardetto come da tradizione.
Il 3-0 e la fascia nera baciata da Moylan
Lo avevamo già detto all’inizio di questa puntata. Le questioni di campo sarebbero passate in secondo piano. A pochi importa, infatti, che la partita sia finita con un sonoro tre a zero in favore dell’Irlanda. Ma tra i gol, di uno in particolare, abbiamo il fotogramma di un gesto destinato a rimanere nella storia della Nations League, ma soprattutto in quella del conflitto Israele-Palestina. Jack Moylan sigla la terza rete e durante l’esultanza per il gol si sfila la fascia nera dal braccio e la bacia ripetutamente a favore di telecamera.
Dopo il fischio finale: le parole di Hallgrimsson e la replica di Solomon
La partita termina con il triplice fischio dell’arbitro, discussioni e polemiche no. Nessuno saluta gli avversari mentre abbandona il campo e le prime dichiarazioni nel post arrivano proprio dal CT irlandese Hallgrimsson che ha riferito di essere fiero dei suoi ragazzi perché “è nei momenti difficili che si riconoscono i veri leader” e i suoi giocatori hanno “dimostrato quanto questo significhi per loro, non solo giocare per l’Irlanda, ma anche fare bene in circostanze difficili.
Solomon, capitano israeliano, replica immediatamente con parole al vetriolo che riportiamo testualmente. Gli irlandesi ci odiano e loro a noi non piacciono affatto. Abbiamo un Paese dieci volte migliore del loro, più forte, straordinario, con persone straordinarie.
Verso il 4 ottobre: una protesta che non ferma la partita è coraggio?
Le tensioni non si placano affatto e, in vista del ritorno da disputare in campo neutro il 4 ottobre, non possiamo escludere ulteriori dimostrazioni da parte degli irlandesi e, a questo punto, anche da parte israeliana.









