Olise ha il compasso incorporato nella caviglia sinistra e gli spalti di Saint – Denis sembrano esplodere per la soddisfazione: segno che l’Italia fino a quel momento aveva rappresentato un ostacolo degno e coriaceo.
Il fraseggio degli uomini di Zidane è un tessuto che a ogni ripartenza diventa seta, come se fosse il pallone a possedere una telecamera nella valvola in grado di individuare gli spazi migliori per arrivare davanti a Donnarumma. Gli azzurri oppongono cuciture spesso e tessuto ruvido di attenzione tattica.
Qualche giro di lancetta dopo l’ora di gioco, pensi che in fondo possa andar bene così, se i contenuti sono nettamente migliori del risultato e la prestazione collettiva è una tacca sopra la soglia del decoro. Se da una parte ci sono perlomeno tre interventi strepitosi del portiere azzurro, dall’altra pareggiano il conto un’occasionissima di Kean e altri pericoli piuttosto elevati davanti all’uscio di Maignan.
Poi accade che all’alba di un sessantottesimo minuto la pressione alta di Bastoni ricavi un corridoio laddove c’era solo l’idea di alzare un muretto nel cortile altrui: il break dell’Italia premia uno dei più discussi, a tratti discutibile, prigioniero da qualche mese di una serie di imbarazzi e di una certa fatica nel tentativo di ritrovare la miglior versione di sé. Con freddezza il centrale interista si prende l’istante necessario all’esecuzione e a pelo d’erba soffia la palla del pareggio oltre il confine della grandeur.
Firma che sul piano personale difende le fiamme di parecchi demoni, che su quello collettivo fa sì che l’Italia si tolga lo sfizio di un finale trascorso spargendo semi di pericolo nel curatissimo giardino dei nostri cugini.
Con chirurgica pulizia, Bastoni – stasera Bastonì – sradica in area il pallone dai malleoli di Olise.
Grande partita dei francesi, partita grande dell’Italia.
Paolo Marcacci









