Se ne stanno sottobraccio, note e parole, contemplando un Dolore. 

E ti accorgi che quando se ne vanno certi personaggi ti dispiace molto di più che se capitasse ad alcuni parenti. Rifletteteci e provate poi a dire che non è così: in tal caso non vi meritate l’Avvelenata, che lui peraltro aveva cominciato a detestare.

Nelle sue rime, sorprendenti fino all’ultimo per accostamenti metrici e semantici, una lettura della realtà e di quello che nel tempo saremmo e siamo diventati; fuor d’ogni ipocrisia e senza disdegnare il successo; al tempo stesso senza farsi schiavizzare da esso, svendendo a patti con la notorietà senza dare troppo peso a /Gli spiccioli che ieri non avevi ma…il tempo andato non ritornerà.

Ha sempre detto, alla maniera dei poeti e dei cantastorie medievali, che la canzone una volta scritta appartiene a chiunque l’ascolti, la mediti, la suoni nella sua stanza. 

Per questo ci resta accanto anche ora che – apparentemente – se n’è andato. Dopo l’ultimo bicchiere di rosso o di quel bianco che inevitabilmente diventava a un certo punto troppo caldo sotto i riflettori dei palazzetti, quando mancavano ancora tante canzoni a “La locomotiva”. 

Ha sempre detto di non aver composto quasi mai brani sentimentali: infatti, ha soltanto scritto immortali canzoni d’amore, oltre e di lato, diremmo, rispetto ai brani di immortale protesta e ribellione, che non saranno mai datati perché i classici non lo sono mai. 

A Susanna che scende le scale, alla ragazza dell’auto grill che sta mescolando birra chiara e 7Up, a quella che sorrideva e sapeva sorridere perché portava i suoi vent’anni come un maglione sformato su un paio di jeans, oggi faremmo soltanto un buffetto sul viso, perché non sapevamo che piega avrebbero preso le loro storie oltre l’ultimo verso, ma abbiamo sempre saputo in quale specchio di parole avrebbero potuto riconoscersi. 

Per ogni volta in cui i nostri pensieri li abbiamo sentiti come – un cane in chiesa che tutti prendono a calci – e ci è sembrato di vedere camminare la Signora Bovary più incapace di fingere rispetto alla Emma di Flaubert, qualche suo verso ci è venuto in soccorso, quando avevamo

venti, poi trenta e anche quarant’anni, per farci capire che eravamo meno soli di quanto ci sentivamo. 

Una stretta di mano come una morsa e una statura che era soggezione e protezione al tempo stesso, un maglione di lana buona che tratteneva ogni istante di vita contadina da raccontare, una “erre”

sofisticata e rombante sopra le ipocrisie della gente e la volgarità del potere. 

Avevi scritto e descritto già tutto, eppure mai come oggi ci rendiamo

conto di tutto quello che ancora t’avremmo chiesto, con la timidezza di Cirano sotto un balcone. 

Grazie per ogni nota, per ogni spazio tra una parola e un’altra, scelte sempre e soltanto come a te garbava, Francesco Guccini. 

Paolo Marcacci