Esplode il caso sul 7 Ottobre: “Netanyahu sapeva” ▷ Bianchi: “Tre indizi fanno una prova”

A pochi giorni dall’apertura della campagna elettorale israeliana — si vota il 27 ottobre — un’inchiesta del quotidiano Haaretz ha riacceso lo scontro politico attorno alle responsabilità del 7 ottobre 2023. Secondo quanto anticipato dal nuovo libro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente il premier Benjamin Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre 2023, che il leader di Hamas Yahya Sinwar stava preparando un attacco su larga scala contro Israele per far saltare gli Accordi di Abramo. L’allarme sarebbe partito da un intermediario di Fatah con contatti sia con Hamas sia con lo Shin Bet, e sarebbe arrivato a Netanyahu circa dieci giorni prima della strage, senza che il premier ne informasse i vertici dell’intelligence e dell’esercito. Netanyahu ha respinto la ricostruzione parlando di “menzogna totale” e negando che quella telefonata sia mai avvenuta in quel periodo; gli stessi vertici di Idf e Shin Bet dell’epoca hanno dichiarato di non essere mai stati informati di avvertimenti emiratini. È su questo terreno che si inserisce l’analisi di Giorgio Bianchi, intervenuto ai microfoni di Un Giorno Speciale.

La telefonata da 45 minuti e il precedente egiziano

Per Bianchi la rivelazione di Haaretz non è un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di una sequenza che definisce “esplosiva”. Il commentatore ricorda che già in passato aveva riportato le informazioni arrivate dai servizi segreti egiziani, secondo cui il generale Abbas Kamel avrebbe avvertito Netanyahu che Hamas stava preparando “un’operazione spettacolare da compiere”, senza indicarne la data ma sottolineandone l’imminenza. A questo, spiega Bianchi, si somma il resoconto dell’Unità 8200 riportato dal New York Times, secondo cui l’intelligence militare israeliana avrebbe segnalato con un anno d’anticipo la preparazione di un attacco con l’uso di alianti. Per il commentatore, il fatto che l’allarme degli Emirati sia arrivato con una telefonata diretta di bin Zayed, anziché attraverso i consueti canali criptati dell’ambasciata, è di per sé significativo: “È come se Bin Zayed avesse voluto lasciare traccia di questo avvertimento”, sostiene, definendola una modalità “assolutamente insolita” per lanciare un allarme di quel livello.

“Un indizio è un indizio, tre indizi sono una prova”

Nella ricostruzione di Bianchi, alla catena di avvertimenti si aggiungono le testimonianze delle famiglie dei militari su anomalie nei pattugliamenti del mattino del 7 ottobre, l’inchiesta del giornalista Max Blumenthal sulla cosiddetta “direttiva Annibale” — secondo cui una parte delle vittime sarebbe riconducibile al fuoco amico degli elicotteri Apache sui kibbutz — e le dichiarazioni rilasciate da Charlie Kirk al PBD Podcast, in cui l’attivista americano ucciso un anno fa definiva Israele una fortezza dove “non si muove nulla senza che l’intelligence possa sorvegliare, controllare e riferire”. Richiamando la celebre massima di Agatha Christie — “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova” — Bianchi arriva a una conclusione netta: “la realtà che emerge è che Israele era informato e che molto probabilmente ha lasciato fare”.