La telefonata tra Vladimir Putin e Donald Trump dell’8 settembre, definita dal consigliere del Cremlino Yuri Ushakov “costruttiva e molto franca”, ha riportato al centro dell’agenda internazionale il conflitto in Ucraina e le reali intenzioni russe. Il presidente russo ha garantito all’omologo statunitense di non aver “assolutamente alcun piano aggressivo nei confronti dell’Europa”, sottolineando inoltre la necessità di “un ampio ripristino delle relazioni tra Russia e Usa”, liquidando la narrazione della minaccia russa come uno strumento per giustificare l’aumento della spesa militare europea a sostegno di Kiev. Così ha dichiarato in seguito alla telefonata Yuri Ushakov.
Il vantaggio già incassato da Washington
Per il fotoreporter Giorgio Bianchi, fin dal 2014 diretto osservatore del conflitto in Ucraina, il tira e molla di Trump con Mosca risponde innanzitutto a una logica di consenso interno: “Tutte le volte che lui instaura un dialogo rafforza la sua base elettorale”, ha detto in diretta ai nostri microfoni. “Di fatto oramai gli Stati Uniti hanno già raggiunto il loro obiettivo, vale a dire appaltare la questione Ucraina all’Europa. Quindi oramai se ne occupa l’Europa: l’Europa va verso il riarmo, quindi fornirà armi. E secondo me già c’è un accordo sottobanco per inviare truppe nel caso in cui il fronte dovesse collassare“.
La corsa mondiale all’uranio
Un report del Financial Times — confermato in questi giorni anche dal think tank britannico Centre for Strategic Advantage — racconta che la Russia è destinata a consolidare la propria leadership globale nelle forniture di uranio, con proiezioni che indicano una quota di mercato superiore a un terzo entro il 2040. Un dato che, nella lettura di Giorgio Bianchi, spiegherebbe l’interesse statunitense a mantenere aperto il canale con Mosca pur senza rinunciare alla pressione sull’Ucraina: “A loro, agli statunitensi, serve l’uranio“.










