Rinaldi: “Ecco perché aderisco a Futuro Nazionale. Vannacci? Gli diedi la bandiera e capii chi era”

"Non si possono mettere capra e cavolo insieme. Agli amici del centrodestra diciamo: saremo la polizza assicurativa".

Non sempre nella storia politica italiana i cambi di casacca sono stati letti come tradimenti. Quando nel 2012 Giorgia Meloni e Guido Crosetto lasciarono il Pdl per fondare Fratelli d’Italia, quella scelta fu interpretata — anche da chi non la condivideva — come un atto di coerenza ideologica: due persone che non si riconoscevano più in un partito cambiato, e che decidevano di rifondare qualcosa di nuovo piuttosto che restare a scendere a compromessi. Il seguito lo conosciamo bene tutti.

Neanche quello di Antonio Rinaldi è un tradimento, secondo il diretto interessato. Di più, l’adesione a Futuro Nazionale, il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci, è per l’ex eurodeputato della Lega un atto di coerenza rispetto a delle linee rosse che non si sarebbero dovute superare.

E forse è una sensazione condivisa da diversi elettori insoddisfatti. Nel maggio 2019, alle elezioni europee in cui fu eletto, la Lega ottenne il 34% dei consensi. Un risultato straordinario, trainato da una linea politica precisa a cui Rinaldi dice di aver contribuito con convinzione: tanto che, dopo il capolista Matteo Salvini, fu lui il candidato più votato nella circoscrizione Centro Italia.
Il punto di svolta, nella sua ricostruzione, fu la partecipazione della Lega al governo Draghi. “Non si possono mettere capra e cavolo insieme”, dice. Da quel momento, la traiettoria del partito si è allontanata dalle posizioni che lui aveva sostenuto e continua a sostenere. “Io non ho cambiato. Sono rimasto su quella linea”.

Rinaldi tuttavia non accusa, non attacca, non parla di tradimento. Riconosce che per un partito è “legittimo, anzi legittimissimo” cambiare linea e orizzonti. Ma è altrettanto legittimo, sostiene, che chi si è speso per certe idee non si ritrovi nelle nuove. “Io sono quello”.

La bandiera italiana e Vannacci: “Quel giorno capii”

Poi interviene una circostanza che sa quasi di destino. Accade durante il passaggio di consegne a Bruxelles al termine del mandato europarlamentare di Rinaldi. Vannacci, appena eletto, si trova in una sorta di limbo burocratico: niente ufficio, niente sede, niente sedia.
“Allora gli faccio: vieni da me, a stare nel mio ufficio. Lui ebbe una reazione incredula e credo sia per questo che nel video in cui mi presenta dice che l’ho accolto come un figlio”.
Sul tavolo una bandiera italiana fa da sfondo alla scena: “Io l’ho onorata e non credo che ci sia nessun’altra persona dentro il Parlamento Europeo che possa onorarla come lo potrai fare te”. “La terrò come un cimelio”. Poi più nulla fino al momento del sodalizio nel nuovo partito.

Futuro Nazionale come “polizza assicurativa”

Ora gli interrogativi riguardano soprattutto il ruolo che Futuro Nazionale intende svolgere nello scenario politico. Inutile nascondere che il partito nasce proprio perché altri — che avevano fatto certe promesse — secondo il nuovo soggetto non le hanno mantenute all’atto pratico. Ma la funzione non è di rottura frontale con il centrodestra: è di presidio.
“Noi saremo la policy di assicurazione degli italiani”, dice Rinaldi. Il compito è ricordare agli alleati di centrodestra che esistono linee rosse non valicabili. “La linea del Piave”, la chiama: un confine oltre il quale non si va, indipendentemente dalle pressioni di governo o di coalizione.
La domanda ora è: sarà un presidio alleato o un presidio del Piave?

Alessio De Paolis, 11 giugno 2026