C’è un tunnel buio lungo quindici anni nella storia d’Italia. Lo chiamarono strategia della tensione — un’espressione coniata dal settimanale inglese The Observer nel dicembre del 1969 — e sotto quel nome trovarono posto stragi, depistaggi, trame oscure e corpi lasciati sull’asfalto. L’obiettivo era uno solo: creare paura. Abbastanza paura da far accettare alla gente leggi liberticide, governi autoritari, la resa silenziosa alla propria sovranità. Terrorizzare per governare. Fomentare il caos per vendere l’ordine.
Per farlo si usarono le frange estremiste — di destra e di sinistra, indifferentemente — come strumenti nelle mani di servizi segreti che rispondevano ad altre logiche, ad altri centri di potere. Vincenzo Vinciguerra, terrorista neofascista di Ordine Nuovo, condannato e reo confesso per la strage di Peteano, lo disse esplicitamente: quando parlò della strage di Bologna fece riferimenti precisi alla struttura clandestina anticomunista della NATO in Italia, quella che sarebbe diventata nota come Organizzazione Gladio. Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti ne rivelò l’esistenza alla Camera dei Deputati. Nel giro di poche settimane venne a galla l’intera rete Stay Behind: gruppi paramilitari che operavano in tutti i paesi membri della NATO, pronti a intervenire per condizionare la politica interna dei paesi del blocco occidentale.
Ma questa è la storia ufficiale, quella che alla fine è stata ammessa. Quello che voglio raccontarvi è il pezzo che non è mai stato ammesso davvero. Quello che un uomo aveva già capito tutto, e che per questo è stato ucciso.
Il 14 novembre 1974: Pasolini scrive l’articolo più pericoloso della sua vita.
Sul Corriere della Sera comparve un testo destinato a cambiare tutto. Pier Paolo Pasolini denunciò il sistema di potere, i suoi meccanismi e il suo modus operandi con una lucidità che ancora oggi fa venire i brividi. Scrisse:
Io so, io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del ’74. […] Io so, ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico.
Oggi, con il senno del poi e con l’abitudine alla delegittimazione preventiva, quell’articolo verrebbe archiviato come teoria del complotto. Pasolini finirebbe in qualche lista di soggetti da ignorare o deridere. Invece aveva ragione. E lo sapeva.
Per Pasolini il filo da tirare ha un nome preciso: Enrico Mattei, presidente dell’ENI, ucciso in un attentato aereo nel 1962. Al suo posto arrivò Eugenio Cefis, suo vice, che secondo appunti dei servizi segreti sarebbe stato il fondatore della loggia massonica P2.
Pasolini non costruì questa tesi dal nulla. La trovò in un libro praticamente scomparso: Questo è Cefis, firmato con lo pseudonimo Giorgio Steymetz — in realtà Luigi Castoldi, giornalista e saggista. Pubblicato nel 1972 dall’Agenzia Milano Informazioni, quel volume sparì nel giro di pochissimo tempo: gli uomini della Montedison lo ritirarono sistematicamente dalla circolazione. Non per caso. Perché quello che conteneva era esplosivo.
A Pasolini quel libro arrivò in modo quasi clandestino, in fotocopia. Glielo inviò lo psicanalista Elvio Facchinelli, figura centrale della controcultura di quegli anni. Con quel testo in mano, e con il discorso tenuto da Cefis all’Accademia Militare di Modena nel 1972 — pubblicato sulla rivista L’Erba voglio — Pasolini si trovò improvvisamente di fronte alla fotografia più nitida del mutamento del potere nel mondo di allora.
Sul delitto Mattei, il PM Vincenzo Calìa arrivò nel tempo a una conclusione molto precisa: fu un complotto orchestrato con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato, poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi. E individuò un filo unico che legava tre morti: Enrico Mattei, Mauro De Mauro e Pierpaolo Pasolini. Tre storie diverse, un’unica traiettoria.
Petrolio: il romanzo che avrebbe dovuto inchiodare il sistema
Nel 1992, diciassette anni dopo la sua morte, uscì postumo Petrolio. Un romanzo incompiuto, pubblicato monco e — come vedremo — volutamente castrato. Il personaggio di Troia è la trasfigurazione letteraria di Cefis: un uomo che incarna un nuovo tipo di potere, non più solo pubblico, non più solo politico, capace di muoversi tra Stato e capitale privato, tra informazione e apparati di sicurezza.
Come scrisse Massimo Teodori nella Commissione sulla loggia P2, Cefis aveva condizionato pesantemente la stampa, usato illecitamente i servizi segreti dello Stato, praticato intimidazioni e ricatti, compiuto manovre finanziarie spregiudicate, corrotto politici, stabilito alleanze con ministri, partiti e correnti. Un sistema, non un singolo individuo.
In Petrolio c’è però un’assenza che pesa come una presenza: l’appunto 21, intitolato Lampi sul Lenin, è vuoto. Non c’è. È stato sottratto. Pasolini, in un altro appunto, lo sintetizzava così: “Troia sta per essere fatto presidente del Lenin e ciò implica la soppressione del suo predecessore.”
Nel 2010 Marcello Dell’Utri dichiarò pubblicamente di essere entrato in possesso di circa settanta pagine di quel capitolo mancante, ricevute da un uomo sconosciuto che si era avvicinato a lui con materiale riservato. Il 12 marzo, data annunciata per l’esposizione dell’inedito alla Mostra del Libro Antico di Milano, le pagine non comparirono. La spiegazione fu vaga: il clamore mediatico avrebbe spaventato la fonte.
Le versioni oscillarono in modo imbarazzante. Prima disse di averlo letto, poi di non averlo letto, poi di averlo solo compulsato, poi di averne ricevuto un sunto. L’unica cosa che rimase costante fu la descrizione del contenuto: «Parla di temi e problemi dell’ENI. Parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro paese.»
Nel 2012 lo studioso Riccardo Antoniani, lavorando al volume L’Italia nel petrolio per Feltrinelli, incontrò Dell’Utri a Roma. Fu lì che il senatore rivelò qualcosa di decisivo: Luigi Castoldi — alias Giorgio Steymetz, l’autore di Questo è Cefis — era la stessa persona che gli aveva consegnato quei documenti. L’anonimo dell’inedito aveva un nome. Ma Dell’Utri non lo aveva detto ai magistrati.
Non si tratta di un dettaglio. Quel capitolo trafugato potrebbe essere il movente dell’omicidio di Pasolini. E chi lo ha sottratto, se non è l’assassino stesso, deve essere necessariamente collegato al delitto.
La notte dell’Idroscalo: una trappola, non una bravata
Molti hanno creduto alla versione ufficiale: il poeta che gira di notte, ucciso da un ragazzino e da qualche balordo. Lo hanno creduto per distrazione, per abitudine, qualcuno per comodità.
Ma i fatti raccontano un’altra storia. Quella notte Pasolini si era recato a un appuntamento con del denaro nascosto sotto il tappetino della sua auto. Doveva consegnarlo in cambio della restituzione di alcune pizze di Salò, il film a cui stava lavorando, rubate dagli stabilimenti romani della Technicolor. Un dato accertato che grida agguato: Pasolini attirato in una trappola con la scusa dei negativi. Eppure questo non compare nella versione ufficiale, che lo descriveva in cerca di incontri mercenari con uno sconosciuto rimorchiato alla stazione Termini. Peccato che Pasolini e Pelosi si conoscessero già da mesi.
Se al posto di Pasolini ci fosse stato un giornalista o un magistrato nel mezzo di un’inchiesta, a chiunque sarebbe venuto lo scrupolo di chiedersi se in quello che stava preparando ci fosse qualcosa che dava fastidio a qualcuno di molto potente. Quello scrupolo non venne agli inquirenti. Non venne ai critici letterari. Non venne ai filologi che editarono le sue carte. Anzi, molti di loro interpretarono Petrolio come un documento della patologia sessuale del suo autore.
Pasolini era spiato dall’Ufficio D del SID — il reparto dei servizi segreti militari che negli stessi anni stava depistando le indagini sulla strage di Piazza Fontana. Un dossier con numero di protocollo 2942 documenta un’attività di spionaggio sistematica sulla sua vita privata e professionale. Il capo di quell’ufficio, il colonnello Maletti, e il suo braccio destro, il capitano Labruna — entrambi affiliati alla P2, entrambi condannati con sentenza definitiva per favoreggiamento — facevano sparire prove contro i terroristi neri e fornivano documenti falsi per farli fuggire all’estero.
Poco prima di essere ucciso, Pasolini si scambiava lettere riservate con Giovanni Ventura, il terrorista di destra legato al SID che sembrava sul punto di pentirsi. Un carteggio inedito durato sette mesi in cui Pasolini chiedeva apertamente all’ex editore neonazista di raccontare la verità sulle bombe e sulla strategia della tensione.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che Pasolini stava cercando di dire. Il discorso di Cefis all’Accademia Militare di Modena gli aveva fornito il tassello mancante per capire la mutazione politico-antropologica dell’Italia del dopoguerra che lo ossessionava da anni. Quel discorso diceva cose che allora suonavano visionarie e oggi suonano come un manuale:
Le imprese multinazionali sono i veri protagonisti della storia recente. Gli eserciti nazionali sono destinati a cedere il passo ad apparati privati, militari, professionali, transnazionali. La patria è un ferro vecchio. A comandare saranno le grandi società multinazionali. Agli Stati nazionali saranno riservati semplici compiti di mediazione, ridotti a salotti dove i veri protagonisti del pianeta si recheranno a discutere le loro controversie.
Pasolini aveva capito che il totalitarismo del futuro non avrebbe avuto il volto del fascismo tradizionale. Sarebbe stato qualcosa di più insidioso: un potere fintamente democratico e falsamente tollerante, che si imponeva attraverso l’edonismo, il consumismo, l’omologazione. Come scrisse nel discorso che avrebbe dovuto tenere al XV Congresso del Partito Radicale nel novembre del 1975 — e che non lesse mai perché era già morto:
Il consumismo può creare rapporti sociali immodificabili, nel caso peggiore sostituendo il vecchio clerico-fascismo con un nuovo tecno-fascismo che potrebbe realizzarsi soltanto a patto di chiamarsi antifascismo. Un potere invisibile che si sta preparando ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici.
Perché Pasolini va riletto adesso
Petrolio avrebbe dovuto raccontare all’Italia le trame oscure del potere, la verità sull’omicidio di Mattei, l’avvento di un regime dominato dalla finanza e dalle multinazionali. Non è riuscito a finirlo. La sua vita si è spezzata nella notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia.
Quello che è rimasto non ha avuto miglior fortuna: pubblicato diciassette anni dopo, monco del capitolo più pericoloso, privato dei tre discorsi di Cefis che Pasolini aveva indicato come centrali nella struttura del romanzo. Se quei discorsi fossero stati inclusi, l’interpretazione del libro come catalogo di sconcezze sarebbe stata molto più difficile da sostenere.
Pasolini aveva intuito con enorme anticipo che l’élite politica e imprenditoriale nazionale stava per essere sostituita da un potere profondo transnazionale che agisce sul modello della Compagnia delle Indie. Lo scrisse nell’articolo La scomparsa delle lucciole: gli uomini di potere democristiani non avevano capito che il potere che detenevano non stava subendo una normale evoluzione, ma stava cambiando radicalmente natura. E quel potere che loro stessi continuavano a gestire stava già gettando le basi di eserciti nuovi, transnazionali, quasi polizie tecnocratiche.
Ecco a cosa ci hanno addestrato in questi ultimi anni. Ecco perché tra poco arriveranno i militari. Ecco perché Pasolini va riletto.










