“Per quello che è stato costruito, questa esperienza merita di essere studiata nei libri come un caso unico nel mondo dell’informazione.” Sono le parole con cui Claudio Messora ha chiuso la sua esperienza a Byoblu. Parole di commiato, ma anche la migliore chiave di lettura per capire cosa non ha funzionato.

Perché Byoblu non è caduta per colpa di qualcuno. È caduta dentro una trappola con cui l’informazione indipendente deve fare i conti.

C’è il discorso dei bilanci, vero, ma non possiamo smarcarci dalla “merce” per parlare solo di denaro, sarebbe parlare di conseguenze e non di cause.
Perché la debolezza di un’offerta costruita su interviste, approfondimenti e correzione dell’informazione tradizionale, alla fine presenta il conto. Cioè arriva un momento, quando non hai grandi finanziatori né sussidi di stato, in cui accontentarsi non è più solo una scelta conservativa, è il preludio al declino: alla cultura emergente viene chiesto, prima o poi, di diventare cultura convergente ed è un passaggio che richiede ben più del solo porsi come alternativa.

Un canale che si definisce contro qualcosa costruisce la propria identità sull’esistenza del nemico. È una posizione parassitaria non nel senso morale, ma in senso strettamente logico. Hai bisogno dell’avversario per sapere chi sei. Se il mainstream sparisse domani, la controinformazione si sveglierebbe senza specchio.

Per rendere meglio, nella Genealogia della morale c’è un passaggio in cui Nietzsche distingue tra la morale dei “signori” – affermativa, che parte da sé, che dice io sono prima ancora di dire tu non sei — e la morale degli “schiavi”, reattiva, definita dal ressentiment, dall’odio verso il nemico che la precede logicamente. Senza il nemico, il debole non sa chi è. È esattamente la struttura in cui la controinformazione si è rinchiusa, e da cui Byoblu non è stata esente.

Questo non è un difetto di esecuzione. È un difetto di struttura.

E la struttura si porta dietro una conseguenza precisa: l’incapacità di produrre cultura autonoma. Perché la cultura autentica è per sua natura affermativa. Propone un mondo, non lo nega. Costruisce un immaginario, non lo smonta. La grande letteratura, il cinema che resta, la musica che attraversa le generazioni, non si reggono sulla critica a qualcos’altro. Si reggono su una visione. Su qualcosa che viene da dentro, non in risposta a qualcosa che viene da fuori.

La controinformazione ha invertito il meccanismo. Ha fatto della reazione il suo metodo e della denuncia il suo prodotto. E ha ottenuto, in cambio, un pubblico fidelizzato ma limitato: quello già convinto che valesse la pena cercare altrove. Un pubblico prezioso, leale, spesso brillante, ma strutturalmente impermeabile alla crescita. Chi non è già dentro non ha motivo di entrare, chi è fuori o in dubbio non viene agganciato.

Non vedere il paradosso è sentenza di morte: più un canale “alternativo” cresce, più deve restare fedele all’identità reattiva per non perdere chi lo ha scelto così com’è. Ma più resta reattivo, più rimane nicchia. È una spirale che si autoalimenta e non si esce cercando di fare meglio la stessa cosa, ma solo cambiando cosa si fa.

C’è però un’ironia sottile in tutto questo, perché il passaggio non è mica facile: nel momento in cui un progetto alternativo smette di reagire e comincia a proporre – a fare satira che fa ridere davvero, a raccontare storie che restano, a produrre intrattenimento con un punto di vista – in quel preciso momento cessa di essere controinformazione. Diventa semplicemente un media con una storia, con dei valori, con una voce riconoscibile e non più definito dal nemico, ma da sé stesso.
Non è tradimento. È il solo modo di vincere.

L’obiettivo non può essere tenere in vita il termine controinformazione. L’obiettivo è cambiare il senso comune. E il senso comune non si cambia restando ai margini di chi già ti segue – si cambia arrivando a chi non ti ha ancora trovato. Al lavoratore stanco, alla coppietta sul divano, al ragazzo sull’autobus. A loro non serve un canale contro, serve qualcosa che parli la loro lingua, che li faccia ridere, che li emozioni, che – solo dopo, quasi di soppiatto – faccia anche pensare.

Quella è l’egemonia.

La resistenza, per quanto nobile, diventa debole quando rimane da sola.