Caos alla biennale, “non esiste al mondo punire gli artisti per i loro governi” | Giorgio Bianchi

La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è arrivata preceduta da un clima di polemiche senza precedenti. Dopo quattro anni di assenza, la Russia ha deciso di tornare con un proprio padiglione ai Giardini mentre l’invasione dell’Ucraina è ancora in corso. L’Unione Europea ha minacciato il ritiro di due milioni di euro di finanziamenti, la Giuria internazionale ha escluso dai premi Russia e Israele per poi dimettersi sotto pressione, e il Ministero della Cultura ha inviato ispettori in Fondazione. In questo contesto, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha rotto il silenzio alla conferenza stampa del 6 maggio, tenendo la sua linea senza arretrare.

‘La Biennale non è un tribunale’

La posizione di Buttafuoco è netta: la Biennale “seleziona le opere e non i passaporti” e non è accettabile punire gli artisti per le scelte politiche dei loro governi. Un principio che vale per Mosca come per Tel Aviv, e come per qualsiasi altro paese in gara — compresi gli Stati Uniti, il cui padiglione non è mai stato messo in discussione da nessuno. Il punto più politicamente dirompente del suo discorso riguarda la lotta alla “sentenza anticipata”: la censura che arriva prima ancora che un’opera venga mostrata, i verdetti costruiti attraverso dichiarazioni che “piovono da ogni dove” prima di qualsiasi confronto reale. La Fondazione, ha ribadito, non intende barattare 130 anni di storia “per il quieto vivere politicante“.

La risposta ai media e la doppia misura

Repubblica ha liquidato l’intervento con il termine “show”, definizione giudicata riduttiva rispetto alla profondità dei contenuti — soprattutto se confrontata con il sit-in delle Pussy Riot con fumogeni davanti al padiglione russo, quello sì considerato il vero spettacolo della giornata. Il Foglio ha invece invitato i lettori ad affiggere l’immagine di Navalny sul padiglione russo. Una proposta che apre a una domanda immediata: perché non fare lo stesso con le immagini di Tiago Avila e Seif Abou Keshek, i due attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali al largo di Cipro e detenuti senza processo? Il punto è la doppia misura: certi strumenti di pressione vengono applicati selettivamente a seconda delle convenienze politiche del momento.

Arte, potere e rappresentanza

Non è la prima volta che la politica condiziona la Biennale. Nel 1964 il commissario americano Alan Solomon fece trasferire nottetempo le opere di Robert Rauschenberg dal consolato al padiglione per renderlo eleggibile ai premi — episodio letto come parte di una strategia, con possibili finanziamenti della CIA, per spostare il baricentro culturale da Parigi a New York. La storia si ripete. Il nodo irrisolto resta quello della rappresentanza: istituzioni culturali e media che assumono posizioni distanti dal proprio pubblico in nome di un allineamento percepito come priorità assoluta. Un cortocircuito che la Biennale di Buttafuoco sembra, almeno nelle intenzioni, decisa a non riprodurre.